[8 settembre 2018]

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Bufale fotografiche

“Il titolo è fuorviante: si tratta, infatti, in una bella riflessione su come la fotografia trasforma la realtà, su come la narrazione (fotografica, ma non solo) trasforma la realtà, e su come la fotografia trasforma la fotografia.” – Raccontare il paesaggio

[contatto]

Sinistra e destra e movimenti e sommovimenti… ma io non penso che alla tazza.

L’altra sera stavo versando l’acqua bollente quando ho sentito come una pizzicata alla corda più alta del violino e in men che non si dica il piano della cucina era inondata. E io a guardare, incredula, la tazza integra. La osservavo da vicino dentro e fuori. Niente. Sotto la luce: niente. Sciacquata e asciugata, era bella e intatta. Appariva, evidentemente.

Il giorno dopo trovo una grossa cipolla che nel buio della cesta si è lanciata verso la – sua – primavera e decido di appoggiarla sopra la tazza: una bella armonia tra foglie fresche e dipinte. Seguo con un dito il disegno e… trovo la crepa. Con il tatto. Toccando con mano.

[dove andiamo stando]

«Solo l’uomo che ha molto viaggiato — dissi — è capace di narrare». Al che un montanaro obiettò: «Come spieghi che mio nonno ciabattino sapeva raccontare cose bellissime senza essersi mai spostato dalla sua valle?». Rimasi interdetto e per prendere tempo chiesi dove stava la bottega del vecchio. «Sulla strada», fu la risposta. Era la soluzione dell’enigma! Il ciabattino raccoglieva storie dai passanti, e le elaborava.

E allora? Allora il vero viaggiatore non è banalmente colui che si sposta e macina chilometri, ma colui che si affaccia sul flusso della vita e ne trae delle storie. Sì, ma dove sta la matematica? Eccola: il viaggio non è spostamento assoluto dal punto A al punto B, ma spostamento relativo. Dunque anche un uomo immobile può essere un viaggiatore, e di conseguenza un narratore. (Paolo Rumiz, Istruzioni per un viaggio perduto / La Repubblica)

[Essaouira – p.s.]

Partire senza macchina fotografica – quella specie, insomma, che ho – non è stata una buona idea. Già non sono capace di puntare in faccia alla gente quella, figuriamoci un telefono. Una macchina fotografica “fa turista” – e cos’altro sono lì, io? -, ma almeno suggerisce, credo, l’attenzione che uno si porta appresso. E avere, tuttavia, a disposizione uno strumento in grado di “fermare immagini”, mi ha più distratta che aiutata a vedere. Ma forse non fa differenza cosa avessi o non avessi in mano: la vita comunque mi sarebbe passata troppo vicino, nei vicoli, e troppo lontano, sulla battigia-promenade che, per fortuna, lì non è riserva per pochi.