[proprio lì]

a C.

Chi del mondo poco ha visto, come fa a scegliere una meta per il viaggio da mettere sulla lista “prima di morire vorrei…”?

(Prima di morire vorrei arrivare ad usare le parole per ciò che sono – loro, io – e sfogliare tutti i tempi sereni del verbo)

La meta, dunque. L’ho trovata. Un puntino appena sulla mappa. Un mondo.
Lì c’è l’oceano. La frattura della Terra. C’è quel che resta dei forti di potere. C’è, vicino, la città viva che parla un’altra lingua. E le riserve per il mondo che sbarca lì per esserci ma non troppo, non troppo vicino; a portata di soldi ma non di odori. Si sta – tutti, lì – sopra le faglie, nel cuore crepato del Mondo.

Quel punto lì appartiene ai “popoli a tempo determinato” e alla sabbia e all’oceano in eterno. Meta ultima.

[vorrei dire]

“Ma liuto non ho
per quanto mi s’agita in petto
la volta che senso mi prende
del chiaro e del buio.”

(Umberto Bellintani)

grazie a E.

[lungo il fiume]

«Tutto compare ad altezza d’occhi senza orizzonte, si sente nostalgia d’un punto un po’ sopraelevato per guardarsi attorno». (Gianni Celati, Verso la foce)

Celati cammina nella bassa. “Fotografa” frazioni di spazio e tempo presenti; registra la “modernità” di paesaggi più e meno antropizzati, senza ri/cercare una poetica di quel che è rimasto – o forse mi piace di più: re/stato – in una sorta di orazione delle rovine. Va in cerca di quelle case “geometrili”, con “muri ricoperti da falsi ciottoli”, ombreggiate da cedri del Libano. Viste frontalmente sembrano “una qualche immagine rustica portata da un sogno di smemoratezza”, e anche i nanetti di gesso ai lati del portico “si sforzano anche loro di sospendere ogni ricordo della «vita piena di pena», perché questo è lo scopo unico e finale delle casette incantate, se ben capisco”.

*

È uno sguardo che non indugi sui resti, che mi manca. Mi manca, proprio, oltre a non averlo. Ho le radici mozzate e parole – poche – per trapianti falliti; i segni che lascio sono solo riverberi di tempi altri. Oggi ci sono solo di passaggio e la strada non mi parla.

*

«In fondo là fuori non c’è niente di speciale da vedere o registrare, c’è solo tempo che passa. Lo spazio è una specie di grande galera dove si sta ad aspettare qualcosa: nessuno sa cosa, ci si fa delle idee, e c’è solo tempo che passa». (Gianni Celati, Verso la foce)

[verso il fiume]