[Essaouira – p.s.]

Partire senza macchina fotografica – quella specie, insomma, che ho – non è stata una buona idea. Già non sono capace di puntare in faccia alla gente quella, figuriamoci un telefono. Una macchina fotografica “fa turista” – e cos’altro sono lì, io? -, ma almeno suggerisce, credo, l’attenzione che uno si porta appresso. E avere, tuttavia, a disposizione uno strumento in grado di “fermare immagini”, mi ha più distratta che aiutata a vedere. Ma forse non fa differenza cosa avessi o non avessi in mano: la vita comunque mi sarebbe passata troppo vicino, nei vicoli, e troppo lontano, sulla battigia-promenade che, per fortuna, lì non è riserva per pochi.

[proprio lì]

a C.

Chi del mondo poco ha visto, come fa a scegliere una meta per il viaggio da mettere sulla lista “prima di morire vorrei…”?

(Prima di morire vorrei arrivare ad usare le parole per ciò che sono – loro, io – e sfogliare tutti i tempi sereni del verbo)

La meta, dunque. L’ho trovata. Un puntino appena sulla mappa. Un mondo.
Lì c’è l’oceano. La frattura della Terra. C’è quel che resta dei forti di potere. C’è, vicino, la città viva che parla un’altra lingua. E le riserve per il mondo che sbarca lì per esserci ma non troppo, non troppo vicino; a portata di soldi ma non di odori. Si sta – tutti, lì – sopra le faglie, nel cuore crepato del Mondo.

Quel punto lì appartiene ai “popoli a tempo determinato” e alla sabbia e all’oceano in eterno. Meta ultima.