[lungo il fiume]

«Tutto compare ad altezza d’occhi senza orizzonte, si sente nostalgia d’un punto un po’ sopraelevato per guardarsi attorno». (Gianni Celati, Verso la foce)

Celati cammina nella bassa. “Fotografa” frazioni di spazio e tempo presenti; registra la “modernità” di paesaggi più e meno antropizzati, senza ri/cercare una poetica di quel che è rimasto – o forse mi piace di più: re/stato – in una sorta di orazione delle rovine. Va in cerca di quelle case “geometrili”, con “muri ricoperti da falsi ciottoli”, ombreggiate da cedri del Libano. Viste frontalmente sembrano “una qualche immagine rustica portata da un sogno di smemoratezza”, e anche i nanetti di gesso ai lati del portico “si sforzano anche loro di sospendere ogni ricordo della «vita piena di pena», perché questo è lo scopo unico e finale delle casette incantate, se ben capisco”.

*

È uno sguardo che non indugi sui resti, che mi manca. Mi manca, proprio, oltre a non averlo. Ho le radici mozzate e parole – poche – per trapianti falliti; i segni che lascio sono solo riverberi di tempi altri. Oggi ci sono solo di passaggio e la strada non mi parla.

*

«In fondo là fuori non c’è niente di speciale da vedere o registrare, c’è solo tempo che passa. Lo spazio è una specie di grande galera dove si sta ad aspettare qualcosa: nessuno sa cosa, ci si fa delle idee, e c’è solo tempo che passa». (Gianni Celati, Verso la foce)

[verso il fiume]

[casa mia]

(Era il 26 settembre dell’anno scorso e in altri luoghi impazzava il gioco degli “elenchi di 10…” A me era arrivato trasformato in “elenco di 10 cose che vorrei nella mia casa”. Mi piace ripescarlo per “segnare” il giorno 16 aprile 2015. )

1 – una “vecchia” poltrona, forte nella struttura ma accogliente, dove sprofondare in un libro
2 – una leggera tenda azzurra (uguale a quella che ho/avevo, distrutta da anni di luce-polvere-fumo-lavatrice) con la trama perfetta per guardare fuori e sentirsi libera dentro
3 – un angolo di “sedute” dove immaginare amiche amici
4 – un nuovo letto con liscia testata, senza impressioni
5 – un tavolo quadrato che moltiplichi i posti
6 – una grande cornice di legno levigato, da fare finestra sul vuoto
7 – una pila di teli, in bagno, con tutti i colori del mare
8 – un vecchio tavolo da lavoro che rimetto io a nuovo
9 – un armadio murato per vedere in giro solo una chiave
10 – un’edera che pian piano avvolgerà tutto.

[sul filo delle primavere]

150322-007

[un filo, una tela]

“la poesia / è come una tela / fatta di parole / la poesia / è un infinito di parole / la poesia / per me è come un sentiero lontano” (Engy, dieci anni, egiziana)

Quello che conta
sono
tutte le cose collegate,
su un filo,
una tela,
ti ricordano
te stesso,
ti riportano
a te.
Veronica, dieci anni, italiana

*
La mia mano è vuota,
nubi e sudori nel corpo.
Onde del sangue che gela per la paura,
respiro con il vento argento.
Tuoni negli occhi,
nella mente c’è il mare.

Wangy, nove anni, cinese

[voci del nome gente]

Sentivo guardati dalla mia famecome “necessario”, questo libro, solo a vedere il titolo accostato al nome di Luciana Castellina. E dopo averlo letto so che era necessario. Un libro a due voci, come sono due le voci che sentiamo, talvolta, dentro di noi.
Quel mondo delle sorelle Porro cui presta le parole Milena Agus, non è certo il mio mondo, ma la “gentilezza”, la bellezza estetica delle sue porcellane e cristalli e cuscini ricamati… e dei modi, oh sì, è nel mio DNA che non è scelta ma storia personale.
E le “piazze Catùma” della terra di Puglia e di altre terre pure sono “mie”, di scelta consapevole, una libera scelta maturata in una vita mai ricca, mai “possidente”, ma sempre libera dalla fame, di facile avversione per la cruda forza.
In queste rughe della terra e della memoria, in queste ferite bisogna lasciarsi cadere, un giorno, e uscirne chi come può.