[più o meno]

«…Non intendo dire che la gioia è una compensazione della perdita, ma che ciascuna, la gioia come la perdita, esiste di per sé e dev’essere riconosciuta per quel che è. […] La nostra esperienza è frammentaria. Le sue parti non quadrano. Non rientrano neanche nello stesso calcolo. A volte stentiamo a credere che siano parte di un’unica cosa. Tutto ci appare assurdo finché non capiamo che l’esperienza non si accumula come il denaro, o i ricordi, o come gli anni e gli acciacchi.»

(Marilynne Robinson, Lila)

[privato]

«E la sua autosufficienza era anche circospezione, come se i suoi effetti personali si prestassero a essere interpretati, o come se, per quanto pochi, per quanto consumati, fossero intrisi dei particolari della sua vita segreta e potessero metterlo in ridicolo o accusarlo, o svelare vecchie ferite, o vecchie gioie, che sembravano più o meno coincidere.»

(Marilynne Robinson, Casa)

[lingua]

«…Il rapporto di Hamid con la lingua francese è cambiato, Non si tratta più di utilità, di rispetto e nemmeno di mimetizzazione, ma ormai di piacere e di potenza. Parla come se ogni volta cominciasse una poesia, come se vedesse scriversi o imprimersi versi sulla pagina di una silloge dei suoi più grandi pensieri. Quando parla, è sia se stesso sia la sua risplendente posteriorità. Si inebria di quel ponte che la sua bocca getta sopra il tempo.»

Alice Zeniter, L’arte di perdere

[vorrei dire]

“Ma liuto non ho
per quanto mi s’agita in petto
la volta che senso mi prende
del chiaro e del buio.”

(Umberto Bellintani)

grazie a E.

[lungo il fiume]

«Tutto compare ad altezza d’occhi senza orizzonte, si sente nostalgia d’un punto un po’ sopraelevato per guardarsi attorno». (Gianni Celati, Verso la foce)

Celati cammina nella bassa. “Fotografa” frazioni di spazio e tempo presenti; registra la “modernità” di paesaggi più e meno antropizzati, senza ri/cercare una poetica di quel che è rimasto – o forse mi piace di più: re/stato – in una sorta di orazione delle rovine. Va in cerca di quelle case “geometrili”, con “muri ricoperti da falsi ciottoli”, ombreggiate da cedri del Libano. Viste frontalmente sembrano “una qualche immagine rustica portata da un sogno di smemoratezza”, e anche i nanetti di gesso ai lati del portico “si sforzano anche loro di sospendere ogni ricordo della «vita piena di pena», perché questo è lo scopo unico e finale delle casette incantate, se ben capisco”.

*

È uno sguardo che non indugi sui resti, che mi manca. Mi manca, proprio, oltre a non averlo. Ho le radici mozzate e parole – poche – per trapianti falliti; i segni che lascio sono solo riverberi di tempi altri. Oggi ci sono solo di passaggio e la strada non mi parla.

*

«In fondo là fuori non c’è niente di speciale da vedere o registrare, c’è solo tempo che passa. Lo spazio è una specie di grande galera dove si sta ad aspettare qualcosa: nessuno sa cosa, ci si fa delle idee, e c’è solo tempo che passa». (Gianni Celati, Verso la foce)

[dei doveri]

Fondamento poi della giustizia è la fede, cioè la scrupolosa e sincera osservanza delle promesse e dei patti.
Perciò, ma forse la cosa parrà a taluni alquanto forzata, oserei imitare gli Stoici, che cercano con tanto zelo l’etimologia delle parole, e vorrei credere che fides (fede) sia stata chiamata così perché fit (si fa) quel che è stato promesso.
(Cicerone, De Officiis, Libro I, 23)