[nero]

“Soltanto in una visione del mondo ridotta al fisicalismo, ridotta al fisico dalla fisica, il nero può essere definito un non-colore, un’assenza di colore, una privazione di luce. (…) Il nero, allora, è definito come non bianco e privato di tutte le virtù attribuite al bianco. Il contrasto diventa opposizione, addirittura contraddizione, come se definissimo il giorno una non-notte e la mora una bacca non-bianca.

La legge di contraddizione, una volta moralizzata, ha dato luogo, a partire dai secoli sedicesimo e diciassettesimo, dall’Età dei lumi, all’attuale mentalità occidentale, dove il bianco e la purezza sono associati a Dio, mentre il nero, associato alla privatio boni, diventa ancora più decisamente il colore del male. Può ben darsi che il razzismo nordeuropeo e americano abbia avuto inizio con la moralizzazione del lessico cromatico. Nel quindicesimo secolo, ben prima che alcun avventuriero di lingua inglese avesse messo piede sulle coste dell’Africa occidentale, tra i significati di “nero” troviamo: “molto sporco, lurido, sudicio; macchiato di colpe, corrotto da vizi; malvagio; cupo, fosco, tetro; luttuoso, disgraziato, funesto, infausto…”. I primi marinai di lingua inglese che scorsero gli indigeni sulle coste africane li chiamarono “neri”. Fu quello il primo termine descrittivo generale che usarono: non “nudi”, non “selvaggi”, non “pagani”, bensì “neri”. Una volta così denominate, le popolazioni indigene si portarono dietro la maledizione di tutti i significati impliciti in quella parola. Il termine “bianco” per caratterizzare un gruppo etnico ricorre per la prima volta in inglese nel 1604, cioè dopo che gli africani erano stati percepiti come “neri”. La moralizzazione e la contrapposizione tra bianchi e neri continua ancor oggi nell’uso linguistico comune, dove bianco equivale a buono e nero a cattivo, sudicio, sinistro, il male”.  (James Hillman, Psicologia alchemica; W. D. Jordan, White Over Black: American Attitudes Toward the Negro, 1550-1812)

[non per nostalgia o struggimento]

«Antonino era povero e la sua povertà aveva diviso con la fanciulla Anna, la moglie tortora che dal ’44 gli stava accanto muta e amorosa, attenta a ogni trillo, frullo d’ala o inquieto volo del compagno. E di inquietudine ne aveva il maestro Uccello, insegnante nelle scuole elementari di Cantù. Non per nostalgia o struggimento che stravolge in mito, in paradiso l’inferno che si è lasciato, ma inquietudine per un’idea, un chiodo che dentro s’era infisso già dal subito dopoguerra, dal tempo dell’occupazione delle terre.
“Quando ci recavamo nei feudi e nelle terre in abbandono, spesso i contadini buttavano via gli attrezzi dell’uso quotidiano: cucchiai e collari in legno per bovini o per ovini si trovavano spesso negli immondezzai; con un gesto che voleva distruggere tutto un cattivo passato. Era il rifiuto di tutto un mondo che rappresentava per loro uno stato d’oppressione, il loro male antico” racconta Uccello. Quell’idea fissa era di non far perdere, di non distruggere quegli oggetti, quegli attrezzi dei contadini. […]
Succede il fallimento della riforma agraria, l’esodo dalle campagne, l’emigrazione in massa dei contadini nel nord Italia e nel centro Europa; cominciano a spuntare le ciminiere col pennacchio di fuoco delle raffinerie lungo quel litorale di miti […].
“Ora non avevo più rimorsi nel ‘deportare’ un attrezzo, perché gli oggetti non avevano più la vitalità mantenuta ancora negli anni ’43-’47 circa: allora, pur respinti e bruciati, erano ancora oggetti vivi, polemici, rappresentavano una battaglia, una lotta, una presa di coscienza. Ora invece gli oggetti stavano nell’inerzia più assoluta, nell’abbandono…”»

Vincenzo Consolo, La casa di Icaro, in Le pietre di Pantalica, Oscar Mondadori, 1988,  pp.120-122

[nelle ferite, l’amore]

«Non ti legherai di certo a me per ciò che ti ho insegnato, ma resta qui stanotte. E Gesù, sopra di lei, rispose, Ciò che insegni non è prigione, ma libertà.»

L’incontro di Gesù con Maria di Magdala.

«Il mio diletto ha messo mano nello spiraglio della porta e un fremito mi ha sconvolto il cuore. E come posso essere il tuo diletto se non mi conosci, se sono soltanto un uomo venuto a chiederti aiuto e di cui tu hai avuto pena, pena per i miei dolori e per la mia ignoranza. Perciò ti amo, perché ti ho aiutato e ti ho insegnato, ma sarai tu a non potermi amare, giacché non mi hai insegnato alcunché né mi hai aiutato, Non hai una ferita, La troverai se la cercherai, Che ferita è, Quel portone aperto da cui entravano gli altri, ma non il mio diletto, Hai detto che sono il tuo diletto, Ecco perché il portone si è chiuso dopo che sei entrato tu…»
(José Saramago, Il vangelo secondo Gesù Cristo)

[parlare sottovoce]

 

«Chi parla sottovoce parla la lingua internazionale dei cospiratori dell’emozione, sceglie di far esistere la sua voce in una forma attenuata e insieme vibratile, semiclandestina, una voce più vicina alla respirazione che a una vera e propria fonazione, perché nel sottovoce noi respiriamo masserelle di parole nell’orecchio del nostro interlocutore. Solo nel suo orecchio. Perché parlare sottovoce vuol dire anche questo: scegliere un interlocutore, eleggerlo, esserci solo per lui. Ed è questa la ragione, credo, per la quale quando qualcuno ci parla sottovoce ci sentiamo oggetto di una specie di investitura, perché diventiamo i destinatari di un “a parte”, veniamo appunto eletti. E dentro di noi, tra orecchio e cuore, si dilata il piacere di essere stati scelti.

Parlare sottovoce, commentare la realtà sottovoce, è la scelta di chi la realtà vuole scardinarla con un’arma immateriale, invisibile, arcaica e potentissima: il soffio.»

Giorgio Vasta

[quando abbiamo perduto il mondo]

«Ogni uomo deve imparare da capo le direzioni della bussola, ogni volta che si risveglia sia dal sonno che da qualsiasi astrazione. Solo quando ci siamo perduti – in altre parole, solo quando abbiamo perduto il mondo – cominciamo a trovare noi stessi, e a capire dove siamo, e l’infinita ampiezza delle nostre relazioni.» (Henry D. Thoreau)