[il sogno]

«Un sogno?… e che le fa un sogno?… È uno smarrimento dell’anima… il fantasma di un momento…».
«Non so, dottore: badi… forse è dimenticare, è risolversi! È rifiutare le scleròtiche figurazioni della dialettica, le cose vedute secondo forza…».
«Secondo forza?… che forza?».
«La forza sistematrice del carattere… questa gloriosa lampada a petrolio che ci fuma di dentro,… e fa il filo, e ci fa neri di bugìe, di dentro,… di bugìe meritorie, grasse, bugiardosissime… e ha la buona opinione per sé, per sé sola… Ma sognare è fiume profondo, che precipita a una lontana sorgiva, ripùllula nel mattino di verità».
(Carlo Emilio Gadda, La cognizione del dolore)

[psicolitiasi]

Leggendo Eugenio Borgna che cita un quaderno di Antonia Pozzi: “Del tempo ho paura, del tempo che fugge così in fretta. Fugge? Non fugge, e nemmeno vola: scivola, dilegua, scompare, come la rena che dal pugno chiuso filtra giù attraverso le dita, e non lascia sul palmo che un senso spiacevole di vuoto. Ma, come della rena restano, nelle rughe della pelle, dei granellini sparsi, così anche del tempo che passa resta a noi la traccia”.

C’è chi, con un corpo estraneo nel proprio, darà vita alla perla; un altro organismo fa di se stesso trappola dolente per ogni sorta di scorie.

[giugno 2014]

[fragilità]

“La fragilità, negli slogan mondani dominanti, è l’immagine della debolezza inutile e antiquata, immatura e malata, inconsistente e destituita di senso; e invece nella fragilità si nascondono valori di sensibilità e di delicatezza, di gentilezza estenuata e di dignità, di intuizione dell’indicibile e dell’invisibile che sono nella vita, e che consentono di immedesimarci con piú facilità e con piú passione negli stati d’animo e nelle emozioni, nei modi di essere esistenziali, degli altri da noi.”  (Eugenio Borgna, La fragilità che è in noi, Einaudi, 2014)

(ringrazio per questa lettura squilibri)

[prima di morire]

“Adesso so quello che dobbiamo vivere prima di morire: posso dirvelo. Prima di morire, quello che dobbiamo vivere è una pioggia battente che si tresforma in luce.” (Muriel Barbery, L’eleganza del riccio)