[dicembre 2014]

141216-003

[nero]

“Soltanto in una visione del mondo ridotta al fisicalismo, ridotta al fisico dalla fisica, il nero può essere definito un non-colore, un’assenza di colore, una privazione di luce. (…) Il nero, allora, è definito come non bianco e privato di tutte le virtù attribuite al bianco. Il contrasto diventa opposizione, addirittura contraddizione, come se definissimo il giorno una non-notte e la mora una bacca non-bianca.

La legge di contraddizione, una volta moralizzata, ha dato luogo, a partire dai secoli sedicesimo e diciassettesimo, dall’Età dei lumi, all’attuale mentalità occidentale, dove il bianco e la purezza sono associati a Dio, mentre il nero, associato alla privatio boni, diventa ancora più decisamente il colore del male. Può ben darsi che il razzismo nordeuropeo e americano abbia avuto inizio con la moralizzazione del lessico cromatico. Nel quindicesimo secolo, ben prima che alcun avventuriero di lingua inglese avesse messo piede sulle coste dell’Africa occidentale, tra i significati di “nero” troviamo: “molto sporco, lurido, sudicio; macchiato di colpe, corrotto da vizi; malvagio; cupo, fosco, tetro; luttuoso, disgraziato, funesto, infausto…”. I primi marinai di lingua inglese che scorsero gli indigeni sulle coste africane li chiamarono “neri”. Fu quello il primo termine descrittivo generale che usarono: non “nudi”, non “selvaggi”, non “pagani”, bensì “neri”. Una volta così denominate, le popolazioni indigene si portarono dietro la maledizione di tutti i significati impliciti in quella parola. Il termine “bianco” per caratterizzare un gruppo etnico ricorre per la prima volta in inglese nel 1604, cioè dopo che gli africani erano stati percepiti come “neri”. La moralizzazione e la contrapposizione tra bianchi e neri continua ancor oggi nell’uso linguistico comune, dove bianco equivale a buono e nero a cattivo, sudicio, sinistro, il male”.  (James Hillman, Psicologia alchemica; W. D. Jordan, White Over Black: American Attitudes Toward the Negro, 1550-1812)

[ottobre 2014]

[dei doveri]

Fondamento poi della giustizia è la fede, cioè la scrupolosa e sincera osservanza delle promesse e dei patti.
Perciò, ma forse la cosa parrà a taluni alquanto forzata, oserei imitare gli Stoici, che cercano con tanto zelo l’etimologia delle parole, e vorrei credere che fides (fede) sia stata chiamata così perché fit (si fa) quel che è stato promesso.
(Cicerone, De Officiis, Libro I, 23)