[l’importanza del colore rosso]

Questa spelacchiata macchietta rossa, in solitudine sul bordo più calpestato del nostro quadrato verde, più che papavero sembra parente della viola del pensiero. Un pensiero rosso.

Lo dedico ad Alfredo – son mica riuscita mai a chiamarlo Alfredo, era papà – che a quest’ora sarà a prendere il caffè in piazza, e scommetto che sarà andato apposta nel bar dove gli hanno detto che poteva  trovare  Berlinguer perso nelle pagine dell’Unità, con la tazzina già fredda, e ora gli starà dicendo vedi che ho avuto ragione io, comunisti brutta gente, rubano e raccomandano come tutti gli altri, e nemmeno lui – o meglio, lui, Enrico, non s’arrabbierà, sapendo vedere il dolore dei traditi, dei figli spelacchiati dei resistenti rossi.

[Emilia]

Rivedo i fotogrammi del “film” che ho solo nella testa sul viaggio di ieri nella bassa mantovana e un pezzetto di Emilia.
Rivedo i fotogrammi e arrivo a pensare che sì, è dolorosa l’immagine delle vite scoperchiate, ma quella più angosciante – terrificante, nel vero senso della parola – è di tutto quello che ti appare perfetto.
Di tutto quello che ha dentro, invisibile al colpo d’occhio, la crepa. Tutto quello che ha ancora da attendere, che ha ancora una speranza da vedere crollare.

[im/mondo, ovvero da pulire]

A Socrate che aveva negato con decisione che di cose spregevoli come l’immondizia, la sporcizia, il fango potessero esserci delle idee, il vecchio Parmenide, che Platone in un altro dialogo chiama venerando e tremendo e che descrive nobile d’aspetto, segnato dal tempo, ma comunque reso saggio da esso, Parmenide così rispondeva: “È perché tu sei ancora giovane – oh Socrate – e la filosofia non ti ha ancora preso come prevedo che ti prenderà in futuro, quando non avrai più disprezzo per nessuna di quelle cose. ”
Luciano Dottarelli, La positività del negativo. Status del rifiuto nel pensiero di alcuni filosofi d’occidente

A volte quello che trovi già si mostra, hai potuto scorgerlo proprio per quello. Altre volte l’attrazione tra te e un oggetto ha un che di inspiegabile, sul momento, per scomodare una parola grande: di misterioso. Questa maniglia l’ho trovata ricoperta da molte mani di vernice, a malapena se ne intuiva la sagoma originale. Mancano ancora gli ultimi ritocchi; quando sarà mondato a perfezione, prenderà il suo posto sul pezzetto di muro di fronte a questo scrittoio, accanto al buco della serratura. Un altro pezzo di ferro rubato alla ruggine.

La mia serie – infinita? – di aperture/chiusure.

[sorelle cum laude]

“Infine, ringrazio mia sorella Cecilia per l’aiuto nella comprensione dei testi giuridici, per avere sempre creduto in me e per la sua complicità che è per me fonte di sicurezza. Tutte queste pagine sono dedicate a te.”
Valeria Bonaldi, Mediazione penale minorile: rischi e questioni nella giustizia riparativa.

[fiori lungo la strada]

Premessa. Gli oleandri vicino alle stazioni, a dividere le carreggiate dell’autostrada… Mi dicevo ecco, l’Italia. Trent’anni fa. I primi viaggi, il trasloco.

Tema. L’edificio si sta svuotando, noi svuotiamo il capannone della vecchia vetreria che ora è archivio. Le piante nel cortile stanno morendo, per primi quelli con le radici all’aria nei vasi rotti dal gelo o da qualche noncurante manovra dei traslocatori. Mi sembra di trafugare il vecchio oleandro, infilato in un sacco nero della spazzatura.
Il vecchio oleandro profugo.

Post scriptum. L’oleandro è una pianta velenosa. Mettetelo nei posti più esposti alle intemperie, lasciatelo senza cure… capace che sopravvivrà. Non smetterà di produrre fiori e veleno.