Un vuoto non dimenticabile

[…] mentre nei giorni scorsi “mettevo in salvo” (mettevo in valigia) le ultime carte recuperate da mia sorella tra le macerie di una casa che per tre generazioni doveva significare anche famiglia, mi sono ricordata di un libro particolare: Arlette Farge racconta la sua ricerca nell’archivio giudiziario parigino, tra le carte dei processi del XVIII secolo, scrivendo non (sol)tanto un capitolo (una versione?) di storia sociale dell’epoca ma anche una cronistoria sensazionale della ricerca in un archivio. Sensazionale, in tutti sensi, appunto; trasmette le sensazioni e le emozioni che sommergono chi mette le mani tra “vecchie carte”.
Dicevo, a proposito del “tempo ordinatore”, del legame tra un documento e l’altro che è Il Creatore dell’archivio dove – come tra i ricordi – noi cerchiamo di leggere le prove accumulate della nostra o altrui esistenza. Ma la Farge avverte:
«L’archivio non è uno stock nel quale si possa attingere a piacere; è invece costantemente un’assenza. Un’assenza che riporta alla definizione della conoscenza di Michel de Certeau: “Ciò che non cessa di modificarsi per mezzo di un vuoto non dimenticabile”. I pacchi di denunce possono essere migliaia, le parole da raccogliere possono sembrare infinite e però ciò che manca, paradossalmente, oppone la propria enigmatica presenza all’abbondanza dei documenti.»
«…Il piacere dell’archivio è… un vagare attorno alle parole altrui, la ricerca di un linguaggio che ne salvi le caratteristiche. È forse anche un vagare tra le parole di oggi, una convinzione magari poco ragionevole che la storia si scriva non per raccontarla, ma per articolare in parole un passato morto e produrre “lo scambio tra vivi”. Per infilarsi in un discorso interminabile sull’uomo e sull’oblio, l’origine e la morte. Sulle parole che traducono il coinvolgimento di ciascuno nel dibattito sociale.»
Arlette Farge, Il piacere dell’archivio, Essedue ed., 1991
(Incontri di OraSesta, 24 febbraio 2008)
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