Del congiuntivo nominale

“Ma questa è impazzita…” Non del tutto, no.
Ora racconto una cosa, non arrabbiarti (troppo), Massimo. Giorno più giorno meno, è un anno che ci conosciamo. Avevo scoperto il tuo “diario plastico“ grazie ad una segnalazione – forse sugli “Appunti” di Remo? [ho controllato, proprio lì, e guarda te che coincidenze…] – e fu… “amore a prima lettura”. Facendo uno dei rari strappi alle “mie regole”, scrissi una specie di recensione per “Girodivite”, ma non è questo il punto.
Voglio ricordare ora il tuo imbarazzato messaggio: scusami – anzi, avrai scritto “abbi pazienza…” – ma è nel tuo interesse; hai sbagliato il tempo di un congiuntivo, ti conviene correggere. Ed è qui che ho cominciato ad accumulare il mio debito con te e soltanto andare a pari non so se avrò tempo sufficiente… ma non è nemmeno questo, il punto.
Eggià. Mi picco di scrivere chissacosa, ma i tempi dei congiuntivi (i tempi dei verbi, in generale) li sbaglio. Dopo venticinque anni, mi capita ancora di essere “scoperta” come straniera attraverso un banale errore di grammatica. In generale l’aspettativa degli interlocutori nei miei confronti è quella che avrebbero nei confronti di un qualsiasi quasicinquantenne italiano di media cultura (quando sono fortunata, dico). Arrivando a domande come “ti ricordi quella canzone di…” e avanti con l’hit parade anni ‘70, quando eravamo giovani giovani sì, ma io da tutt’altra parte, ascoltando tutt’altra musica, e mandando a memoria tutt’altre poesie.
Dietro un – sostanzialmente – appropriato uso della lingua (del linguaggio) si dà per scontata la sostanziale condivisione di una cultura. Ma l’assimilazione della lingua e della cultura (di un tempo storico) appartengono allo stesso metabolismo però non sono lo stesso processo. (Almeno credo.)
Eppure.
Correggendomi l’ennesimo errore di tempo-di-congiuntivo, ieri mi hai fatto ricordare un episodio di qualche giorno fa. Si parlava tra colleghe (quasi)cinquantenni, s’affacciavano ricordi d’infanzia. Io zitta. Tanto, i miei ricordi di caffelatte sono lontani non soltanto nel tempo ma anche nello spazio. Quel bricco di alluminio sopra la stufa di ceramica, e il profumo di quel caffè-noncaffè (‘cikóriakávé’) con il deposito in fondo a farlo somigliare – lo so ora – al caffè turco…
Poi una delle colleghe racconta della cuccuma di quand’era bambina, appoggiata perennemente sulla brace del “forno” laterale del camino. E del fondo nero che una volta, da piccolissima, aveva bevuto/mangiato.
E l’altra risponde: la cuccuma era già roba da sciùur, a casa mia gh’èera el pügnatin per far bollire l’acqua del caffè, “la cicoria”, il caffè d’orzo; la miscela Leone, te la ricordi? poi quei dadoni duri e scuri per farlo sembrare “più caffè”… – la disìia, all’amica.
Sì, mi ricordo, potevo rispondere anch’io.
Grazie al cielo, il congiuntivo nominale – quello che unisce “in nome delle cose” – a volte mi fa sentire meno straniera.
(Incontri di OraSesta, 23 novembre 2007)
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Nominare

[…] S’inizia a parlare nominando. Poi arriva anche il tempo dei verbi – il primo forse è proprio “voglio” -, ma “in principio fu” – il nome.
Le lingue adottano strategie diverse. Una lingua “pellerossa” ha un’infinità di parole per dire ‘lepre’, definendola nelle sue varie “manifestazioni”; la lepre che corre, la lepre nascosta…
Molte lingue non osano dare nome a ciò che temono. La parola che oggi nella mia lingua indica il lupo, alle origini non era un nome, era una “descrizione”: l’animale con la coda, ‘farkas’.
Per dire ‘lepre nella tana a calmare il batticuore della corsa alla salvezza’ bastava un disegno iscritto nella terra, un odore già lontano, un guizzo negli occhi del cacciatore.
Con i nomi, con le definizioni, si tenta di ridisegnare la carta geografica del mondo veduto, ad uso delle nostre certezze – ad uso del nostro desiderio di certezze.
Io, te, voglio, amo, ieri, domani, qui, ovunque.
(Incontri di OraSesta, 22 novembre 2007)

Il (rac)conto del tempo

‘Na sincope mi è venuta leggendo il commento di Herr Effe: «che però Ora Sesta non partecipi al blog a-tempo, avendo cotanto nome, ecco, mi pare illecito».
Lo scrivo qua che tanto qua mica verrà a leggere: Herr, sono un’Ora tarda, o che tarda, sono comunque fuori tempo.
Detto così, il tempo sembra un campo recintato e chi è fuori fuori, chi è dentro dentro. Oppure una prova d’orchestra dove il direttore tira con rabbia la sua bacchetta in testa al violinista distratto.
La mia lingua, Herr, è come la seggiola di mia zia, buonanima: a trovare il legno bisogna scrostare le mani di vernice, tante, che raccontano dove il destino – impersonato da lei nel tempo d’una recita – l’aveva collocata lungo gli anni. Il bianco evoca la compagnia della credenza in cucina, il verde quella del tavolino sotto il porticato; un’altra mano bianco-panna sopra quel verde è come una tacca segnatempo: la seggiola sta a cuccia in un angolo della cucina riverniciata, senza più la zia a trascinarla in strada, davanti al portone, per le sue chiacchiere tra comare e passanti, all’imbrunire.
La mia lingua, Herr, ha depositato i prestiti delle lingue di popoli che aveva “attraversato” e di quelle che l’avevano attraversata. Ma per dire tempo usa una parola delle sue origini; e con senso dell’economia dei popoli “migranti” a fare il fagotto da portare appresso, la usa anche per il “tempo” imposto dal giro dei venti. (A ben vedere, però, questa “economia” non era poi diversa da quella dei contadini con l’orologio del raccolto a ticchettare il ritmo.)
E dice un’altra cosa, la mia lingua; lei il tempo la conta. Fissa un punto e da lì in giù e in su fa il ‘calcolo del tempo’. D’accordo, per fissare quel punto ci siamo adattati all’Europa cristiana (si fa per dire, senza poter dire), Cristo diventa quel punto – inchiodato lo è comunque, povero cristo – ma noi tagliamo il gran cocomero della storia in “prima” e in “dopo” il calcolo del tempo. Siamo gente strana, noi, abituati ai paradossi, abitanti i paradossi, ospiti e ospitanti nello spazio e nel tempo.
(Incontri di OraSesta, 16 novembre 2007)

Lingue-madri e padri

Mio padre ci teneva a precisare: l’onomastico il 15 ottobre, perché il nome è “dedicato” non a S. Teresa del Bambin Gesù ma a S. Teresa d’Avila. Quella, per intenderci, dottore della chiesa, raffigurata nell’iconografia intenta a leggere, scrivere e pregare.
Leggevo la presentazione del libro di Maria Carrazoni Sicilia e gli Appunti della Redazione di Untitl.Ed. E lì viene citato proprio un breve brano che riguarda S. Teresa d’Avila che dice «vivo sin vivir en mi y tan alta vida espero que muero porque no muero».
Ma ora qui di lingue volevo dire.
Recentemente ho trovato sul suo blog siciliava una citazione:
«así es como, a la edad de ventiún años, cuando llego por casualidad a Suiza, una ciudad en la que se habla francés, me enfrento a una lengua totalmente desconocida para mi. Aquí empieza mi lucha para conquistar esa lengua que durará toda mi vida. […]
No he escogido esta lengua. Me ha sido impuesta por el destino, la suerte, por las circunstancias.
Estoy obligada a escribir en francés. Es un desafío.
El desafío de una analfabeta.»
La analfabeta, Agota Kristof.
La spagnola Maria cita l’ungherese Agota che parla della lingua francese. E commenta nel suo italiano:
«E se la lingua è solo vestito, gesto, voce amplificata come nei teatri, per suonare lontano, imitazione? Tolto, che resta, suo? Non rimpiango la perdita della lingua materna. Mi strana non volerla scrivere, il disinterese, ma non ho pena. Anche perché nemmeno mi trovai con l’italiano come si trova una lingua nemica, forzando, cedendo, o perché vivo e lavoro qua, in spagnolo, l’italiano capita a due o tre ore di aereo e sul, nel corpo, mentre penso. O come le maschere del vale la carne adornando il vuoto.
Nello stesso sogno suona il telefono. Murió tu padre, sento. Attacco. Ripeto. Murió mi padre. Devo arrangiarmi»
Con gesto istintivo vado a cercare un libro letto tanti anni fa (forse nel primo o secondo anno che vivevo già in Italia) ma del quale conservo tra gli appunti una citazione. Questa:
«Non ho nessuna voglia di spiegare perché parlo esattamente come loro […] senza accento, cioè con lo stesso accento loro. È questo il metodo più sicuro di conservare il mio essere straniero a cui tengo sopra ogni cosa. Se avessi accento, in ogni momento, dovunque si scoprirebbe che sono straniero. Diventerebbe quotidiano, ovvio. Io stesso mi abituerei al fatto quotidiano di essere considerato straniero. E allora non significherebbe nulla che sono straniero, non avrebbe nessun significato.» (Il grande viaggio di Jorge Semprun)
Uno spagnolo, nel viaggio di ritorno dai campi di concentramento in Germania, parla del suo parlare in francese. Lo leggo in ungherese e traduco il passo.
A segnare la pagina, nel libro ho trovato l’ultima fotografia di mio padre, scattata pochi mesi prima della sua morte.
Ora scrivo tutto questo in una lingua che non mi è “madre”, in una lingua straniera. «El desafío de una analfabeta.»
(Incontri di OraSesta, 26 febbraio 2007)

Amore

Cara signorina Rael,
per fare esercizio di bella lingua italiana leggevo il suo racconto dopo cena e ascoltavo la canzone perché l’amore è carte da decifrare, così quando il cantautore preferito della signora che faccio la colf diceva che se avesse una penna scriverebbe a me è venuto in mente di scrivere la cosa che la lingua nostra di est sa dire dell’amore.
Nella lingua vostra dite “ti voglio bene” o “ti amo” e io tante volte non capisco cosa avete in vostra testa e in vostro cuore. “Bene volere” è parola bene detta ma quando lo dite sembra che non parlate di amore e quando dite “amare” sembra dichiarazione di guerra: “io ti voglio avere” e “da te voglio essere posseduta” e tutto diventa cosa complicata assai.
Nella mia lingua c’è il verbo “amare” con il quale possiamo amare sia uomo di nostra vita che la zuppa di cipolla. Possiamo anche dire che ci “piace” (uomo o zuppa di cipolla) ma è cosa diversa, è cosa di occhi o di palato, cosa di sensi e senza senso o meglio dire “ragione”.
Dalla radice del nostro verbo “amare” nasce anche verbo “inn-amorarsi” – e vede, signorina Rael, che nella pazzia confini di parole tra genti non si sono inventati?! – e anche in lingua nostra si fa con “particella” messa davanti a verbo e per quella “particella” poi lo chiamiamo come per dire “verbo temporaneo” di “inizio azione o accadimento” e mi pare cosa proprio vera.
E alla radice di verbo “amare” (senza però “particella” di inizio accadimenti) aggiungiamo “particella” per indicare persone (inn)amorate, ma anche lettere o poesie che come persone portano l’amore o l’amare non so come è meglio dire.
E alla radice del verbo “amare” aggiungiamo “particella” e abbiamo sostantivo per avere cosa amorosa (szerelem) e anche aggiungiamo un’altra per avere amore (szeretet) che è cosa umana e divina che poi in fondo sono la stessa cosa, e lo si può dire anche pensando a persona che si ama e non solo a zuppa di cipolla che forse simili sono per il sereno bene stare che sentiamo quando entrano in noi e in noi si disperdono e si assimilano in cellule di sangue e corpo e molecole di respiro e suono per dire parole che in testa nostra abbiamo concepito.
Cara signorina Rael mi scuserà se non mi sono spiegata bene, la prossima volta le scriverò ricetta di zuppa di cipolla che è buona assai.
Affettuosamente saluta
la colf
(Incontri di OraSesta, martedì, 13 febbraio 2007)

La colf di paese di Est

Cara Signorina Di Soda (se ho capito bene il cognome),
Lei è gentile assai chiedere a una colf di paese di est se vuole scrivere i suoi pensieri così lo fa leggere agli amici suoi.
Anche la signora che faccio la colf mi dice tante volte “leggi e scrivi così fai esercizio e dopo poco tempo parli come italiani”.
Io pensato che amica mia che studiato italiano se faceva esame che parlava come italiani prendeva brutto voto. Ma non ho detto.
Io sicuramente sbaglio perché penso a quello che dice parola non come italiani che hanno abitudini di usare parola ma la signora dice che è cosa complicata assai e non è come spogliare carciofo. Dice cose così la signora che faccio la colf ma forse solo per fare capire a me. Per fare bene le cose, quantunque, io guardo televisione quando spolvero libri.
Ora dico una cosa strana sentita molte le volte.
La signorina di telegiornale ha detto, dice, “cittadini extra comunità ospiti in Italia con permesso di soggiornare”.
Allora io mi sono seduta guardare telegiornale e chiesto a signora di portarmi bicchiere con acqua ma lei mi guardava con occhi strabuzzi, non so se dite così. E allora io ho detto che sono ospite e non devo più lavorare. E signora mi spiegava che no, io sono una lavoratrice, dice, io lavoro lei paga. E mi sembra giusto così. Io lavoro lei paga, anche ferie e anche ore extra ordinarie.
Quando spolvero libri trovo anche pizzetti di carta che io per fare le cose bene fatte voglio mettere al posto loro. Ma la signora ha detto “non devi fare più perché tu capisci solo parole scritte ma non capisci senso così che sbagli”.
Va bene, è capitato una volta. Ho trovato biglietto dove la signora aveva copiato frasi:
Operai e contadini, uno dei vostri più grandi difensori, Carlo Marx, vi gridava: “Proletari di tutti i paesi, unitevi!” Al suo fatidico grido, rispondiamo, oggi, con quest’altro non meno inspirato e necessario “Proletari di tutti i paesi, istruitevi.”
E allora io ho preso biglietto e ho messo sopra giornali con titolo rosso ma la signora mi diceva che non era cosa di questo tempo e lo ha messo dentro libro vecchio di una signora di nome Carmela Baricelli e di faccia brutta assai e pure ha studiato all’università cento anni fa che non si usava tanto.
Per dire, signorina Di Soda, che non è facile capire vostra lingua, ben anche leggendo e guardando televisione, per una colf di paese di est – che la signora dice non è uguale a donna di oriente perché non conta che noi anche inventiamo storie per sopra vivere (sopra di cosa? non so).
Affettuosamente saluta
la colf

Confessioni

La lingua talvolta è un ballo in maschera dove due creature dalle fattezze identiche volteggiano abbracciate, o si sfiorano appena o forse non s’incontrano mai.

Nell’identica sequenza di suoni “sír” sono vestiti il verbo piangere e un sostantivo che è la fenditura nella terra (o nella pietra e, perché no, nell’acqua) attraverso la quale faranno passare il nostro corpo perché ne resti libera l’anima.
Tomba, sepolcro, fossa… noi la facciamo più semplice (o più profonda?): sír.
Una notte ad ascoltare vecchie canzoni – perché a capodanno ci si volta un po’ indietro prima di andare avanti –, quelle che i dj di tempi che furono dosavano con perfido contagocce alle festine di scuola, con sommo disappunto dei “fidanzatini” (figuriamoci gli aspiranti tali, alcuni eterni…) doverosamente celato al sorvegliante sguardo di insegnanti, mammapapà, e “morosi” in procinto di diventare ex.
Ascoltavo un tale che una crisi cardiaca ha portato via prima di arrivare ai suoi 40 anni; quest’anno ne avrebbe 60. Chissà cosa scriverebbe, oggi. Oggi non capisco come poteva incantare noi, allora, prima di arrivare ai 20, una canzone che è ideale “colonna sonora” dell’innamoramento sentito – desiderato – come ultimo. Già. In questo sta la splendida forza dei vent’anni.
Cantava, il nostro: «Sii tu la scrittura e la parola / sii tu il miele fresco e il sale / sii tu la barca sull’acqua del tempo… » – e alla fine di ogni strofa ripeteva: «sii tu il mio sepolcro quando morirò».
Sepolcro…, no: sír, quella fenditura nella materia e nel tempo dove passare per diventare non-materia senza tempo.

Non ho mai capito perché abbia scelto il titolo Confessioni. Ma forse stanotte ci sono andata vicino.


(Incontri di OraSesta, 1 gennaio 2007)