[cantando-canticchiando]

Un giorno il boscaiolo si alzò di buon’ora. Lo aspettava un grande lavoro. Ma non riuscì nemmeno ad iniziare. Sotto il vecchio faggio destinato al taglio, un intreccio di radici dissotterrate dalle intemperie faceva da culla ad un uccellino infreddolito, senza forze nemmeno per scappare al suo arrivo.
Il boscaiolo avrebbe voluto spostarlo, aspettare che si alzasse il sole, trovare una radura calda dove metterlo ad asciugarsi ma cambiò idea. «Ma guarda te – brontolava camminando verso casa – perdere così la giornata…»
L’uccellino nella gabbia non toccò il cibo per giorni. Inutilmente girava il boscaiolo per raccogliere ghiottonerie di ogni sorta. Decise infine di lasciare aperta la gabbietta. «Sarà che vuol tornare in libertà.» Se ne stava seduto vicino a fare i suoi intagli. E cantava-canticchiava… ho legato il mio cavallo al salice piangente… ho legato il mio cuore ad un tenero fiore… slegherò il cavallo quando sorge il sole… ma da te mio fiore mi slegherà la morte… Poi se ne andò a dormire.
Non vide l’uccellino uscire dalla gabbia. Non vide una donna sedersi sul suo letto. Non la sentì cantare. Non lo svegliò nemmeno la mano che giocava con i suoi capelli.
Al mattino dopo il piattino nella gabbia era vuoto. Il boscaiolo se ne andò a lavorare e a raccogliere cibo. Al ritorno mise vicino a se la gabbietta e si immerse nel suo intaglio. Cantando-canticchiando… Poi se ne andò a dormire.
 
(2004)

[accanto a lei]

La fanciulla incontrò il principe in una giornata grigia.
– Resterò accanto a te – egli le disse e così fece.
Il principe la portò in un castello dove non le sarebbe mancato niente. C’era di che saziare il corpo e la mente, circondati da ogni bellezza che nel tempo e nel mondo gli uomini avessero creato. E la sera, il principe le leggeva le parole più belle che gli uomini avessero mai pensato, fino a che il sonno non la prendeva con sé.
Sognava di raccontare al principe come sarebbe stata la loro vita in una casa fatta con le loro mani… E ogni mattina apriva gli occhi su un cielo sempre più grigio, e nel grigio riflesso dai suoi occhi il principe non poté più specchiarsi come amava fare. Allora le disse ancora:
– Voglio restare accanto a te. – E restò accanto a lei.
Ed è così che la fanciulla rimase sempre più sola e si trasferì nella casa fatta con i suoi sogni.

(all’amica C.E., 13 giugno 2000)
 

[senza nome]

Il giardino cresceva stretto fra alte mura che lo proteggevano da venti troppo forti, lo nascondevano a occhi curiosi.
Il giardiniere piantava lì i fiori a cui più teneva: erano selezionati e coltivati con molta cura. Erano i fiori non del suo mestiere ma della sua passione.
Fu tanta la sua sorpresa quando un giorno scoprì, in un angolo non coltivato, una pianticella arrivata chi sa come e quando. Non aveva mai visto prima una pianta così. “Un’erbaccia” – si disse e la strappò. Diede così poca importanza all’intrusa che anche nell’estirparla fu meno coscienzioso del solito. La primavera successiva se la ritrovò più rigogliosa di prima.
Non aveva le sembianze delle erbe infestanti che lui conosceva. In fondo, non aveva nemmeno un aspetto sgradevole. Ma la sua sola presenza infrangeva le regole del giardino. Andava eliminata con più astuzia.
Con vigorosi colpi di vanga tutt’intorno cercò di tagliarle le radici, evitò accuratamente di nutrire quell’angolo di terra, piantò nelle vicinanze un albero che togliesse più luce possibile. E restò in attesa.
Ogni mattina, arrivando nel giardino, il suo sguardo veniva catturato da quell’angolo nascosto e non poteva non avvicinarsi per osservare meglio. Finì per dedicare buona parte del suo tempo a quella pianta condannata.
E questa aveva delle risorse tanto potenti quanto nascoste. Il giardiniere non riuscì mai a scoprirle. Si accorse del bocciolo e non fece niente oppure non se ne accorse nemmeno, non ha importanza.
Il colore e il profumo del fiore erano indefinibili come erano fuggevoli le sensazioni che evocavano.
Era il fiore di una pianta senza nome. Forse fu questa la sua salvezza.
 
(1998)

[dell’amore]

– Dimmi, cosa faresti di un vecchio? – chiese un uomo al Sole.
– Mi avvolgerei nella sua tenerezza quando scende la nebbia – rispose il Sole e se ne andò a sognare la tenerezza.
– E tu, cosa faresti di un vecchio? – chiese l’uomo alla Luna.
– Mi farei accompagnare lungo questa via accidentata – disse la Luna e s’incamminò tenuta per mano dalla solitudine.
Un giorno l’uomo incontrò l’Amore che gli rispose così:
– Io non ho il potere delle parole. Potrei solo portarti a vedere un fiore che si chiude per proteggere una lacrima di rugiada. La risposta è in quell’abbraccio.
Arrivata la primavera, l’uomo andò a cercare il fiore. Lo ammirò ma non lo colse. E per lui arrivarono altre primavere e anche l’autunno. Ma nemmeno la vecchiaia riuscì a strappargli quel fiore chiuso dietro i suoi occhi.
 
(1997)

[fuochi fatui]

[…] Il vero dolore, concluse, forse non si prova per ciò che si è perduto ma per ciò che non si è mai potuto avere.
Il fuoco fatuo – ricordò d’improvviso la figura sulla quale raccolse alcune belle storie molti anni fa, durante le sue ricerche, ospite in quell’angolo nascosto alla strada internazionale che rovesciava migliaia di turisti sul lago qualche chilometro più in là. Fu il padrone di casa a raccontarle la prima “storia davvero successa” ad un conoscente di un conoscente che inseguì nella palude questa luce ammaliante, senza mai più fare ritorno in paese. Solo a distanza di tutti questi anni capì quale profonda inquietudine nascondevano quelle storie che la fredda catalogazione di un sapere distaccato relegò nel capitolo “esseri sovrannaturali” di una cultura che fu. […]
Solo un racconto che sgorga dall’inconscio senza sovrapposizioni mediate poteva dare questa forma all’attrazione verso l’ignoto, personificata in coloro che seguivano una luce intrigante, irresistibile in una palude: terra proibita alla luce del giorno e della ragione(volezza). Quel fuoco fatuo doveva apparire la materializzazione di tutto ciò che non hanno potuto mai avere, l’espressione di una evanescente e ossessionante sensazione di vuoto.
Si lanciarono all’inseguimento del loro fuoco fatuo nella convinzione che le storie dei vecchi avessero la funzione di dissuadere – a beneficio di un ordine costituito – coloro che quel vuoto non potevano accettare come prezzo inevitabile dell’ordine stesso. […]
L’inseguitore del fuoco fatuo assume in sé le più profonde contraddizioni: corre per raggiungere, per avere un contatto fisico con ciò che è la materializzazione immaginaria di quello che di meno materiale la mente (l’anima) possa creare.
Una vita frutto di un mondo che non lascia spazi non condizionati non può non crearsi un fuoco fatuo come estrema speranza di immaginaria liberazione.
 
(1997)