Un vuoto non dimenticabile

[…] mentre nei giorni scorsi “mettevo in salvo” (mettevo in valigia) le ultime carte recuperate da mia sorella tra le macerie di una casa che per tre generazioni doveva significare anche famiglia, mi sono ricordata di un libro particolare: Arlette Farge racconta la sua ricerca nell’archivio giudiziario parigino, tra le carte dei processi del XVIII secolo, scrivendo non (sol)tanto un capitolo (una versione?) di storia sociale dell’epoca ma anche una cronistoria sensazionale della ricerca in un archivio. Sensazionale, in tutti sensi, appunto; trasmette le sensazioni e le emozioni che sommergono chi mette le mani tra “vecchie carte”.
Dicevo, a proposito del “tempo ordinatore”, del legame tra un documento e l’altro che è Il Creatore dell’archivio dove – come tra i ricordi – noi cerchiamo di leggere le prove accumulate della nostra o altrui esistenza. Ma la Farge avverte:
«L’archivio non è uno stock nel quale si possa attingere a piacere; è invece costantemente un’assenza. Un’assenza che riporta alla definizione della conoscenza di Michel de Certeau: “Ciò che non cessa di modificarsi per mezzo di un vuoto non dimenticabile”. I pacchi di denunce possono essere migliaia, le parole da raccogliere possono sembrare infinite e però ciò che manca, paradossalmente, oppone la propria enigmatica presenza all’abbondanza dei documenti.»
«…Il piacere dell’archivio è… un vagare attorno alle parole altrui, la ricerca di un linguaggio che ne salvi le caratteristiche. È forse anche un vagare tra le parole di oggi, una convinzione magari poco ragionevole che la storia si scriva non per raccontarla, ma per articolare in parole un passato morto e produrre “lo scambio tra vivi”. Per infilarsi in un discorso interminabile sull’uomo e sull’oblio, l’origine e la morte. Sulle parole che traducono il coinvolgimento di ciascuno nel dibattito sociale.»
Arlette Farge, Il piacere dell’archivio, Essedue ed., 1991
(Incontri di OraSesta, 24 febbraio 2008)
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Tempo ordinatore

[…]

Ho passato le ultime settimane a riguardare, selezionare, ritagliare, “ottimizzare”… poi (in tanti casi) scartare le fotografie scattate con la macchinetta digitale che mi è stata regalata nell’aprile 2005. Quelle “private”; le altre migliaia degli eventi pubblici hanno già fatto la loro “storia”.
Ora basta.
Ne ho “incollate” più di duecento in un “album“, in ordine cronologico, e a lavoro terminato mi sto ancora domandando che senso abbia (avuto) questo frenetico rovistare, come sospinta da un senso di urgenza, di necessità.
Che senso ha affidarsi al (presunto) potere ordinatore del tempo. Un’immagine presa come una maglia della catena, sostenuta da quelle che la prendono (che prende) a braccetto.
Che senso ha affidare soggetti oggetti e predicati di un “racconto” a colori e forme non meno falsate (falsanti) di quanto possano fare – di “vero” e di “falso” – le parole.
Scriviamo riscriviamo la nostra storia in parole e talvolta in immagini: ma cosa sono, le parole, se non immagini con/solidate in pietre levigate poi dall’acqua o dal vento, nel corso del tempo.
«Scriviamo e riscriviamo – talvolta fino all’ossessione? – la “nostra storia” fino a che non troviamo la forma/formula pacificatrice, né ingannevole né auto/lesiva. Alla ricerca del senso, compiuto.»
Riguardo le fotografie di questi ultimi anni e osservo come mi sono “appassionata” alle immagini dai treni in corsa. Al “trucco” di far sembrare ferme le immagini – o meglio: le cose – in movimento. O meglio ancora: far sembrare un punto fermo il punto di osservazione in movimento. È un gioco con le distanze. È un gioco che postula l’esistenza di una distanza giusta, di un’angolazione adatta, per poter vedere fermo ciò che la realtà ci offre inevitabilmente mosso.
Osservo come mi sono “appassionata” alle immagini riflesse, al “doppio gioco” della fotografia, al rovistare nel “doppio fondo” dove il cuore nasconde dell’immagine il verso sottratto alla vista.
(Incontri di OraSesta, 2 febbraio 2008)

Le pagine della nostra vita

C’è chi se la prende con le autobiografie, definite “dilaganti” nelle librerie come nella “rete”. A me viene spesso in mente la frase di quella poesia che ho citato poco tempo fa [Petőfi Sándor, I poeti del secolo XIX] – “monumento” della poesia di epoca romantica – che avverte: «Se non hai altro che cantare / il tuo dolore, la tua gioia / il mondo non ha bisogno di te / metti dunque da parte il sacro legno», cioè la cetra, strumento-simbolo della poesia o, se vogliamo, della scrittura.
Se questa frase poteva avere la sua sociale valenza in mezzo ai moti liberatori dell’Ottocento, forse in generale è lecito giudicarla riduttiva.
Mi è capitato di essere attratta e trattenuta – non dall’inizio, purtroppo – da un film: Le pagine della nostra vita. A una donna aggredita dal morbo di Alzheimer un uomo sta leggendo, giorno dopo giorno, un diario. Per riportarla nel suo passato – ovvero nel presente reale – è la medicina più potente. (In fondo, si dice di una persona “è presente” non quando muove le gambe o deglutisce ma quando ricorda.)
Quando per pochi minuti riacquista la coscienza di sé – un “sé” costruito attraverso quel “presente passato” che oggi patologicamente non riaffiora –, la donna riconosce nel racconto la propria vita insieme all’uomo amato che glielo sta leggendo. Per scomparire poi di nuovo, come il sole dietro le nuvole.
La propria vita, la storia della propria vita, dunque, come “erba guaritrice”. Ma questo poi ricorda il pensiero di James Hillman: prima di guarire noi (gli altri), dobbiamo guarire le nostre (la loro) storie.
“Guarire le storie.” In queste ci percepiamo, e in immagini. Chi non lascerà dietro di sé opere “storiche” non si consola ma si ritrova in quella visione hillmaniana della “vocazione” «in cui l’opus è la vita stessa».
Scriviamo e riscriviamo – talvolta fino all’ossessione? – la “nostra storia” fino a che non troviamo la forma/formula pacificatrice, né ingannevole né auto/lesiva.
Alla ricerca del senso, compiuto.
(Incontri di OraSesta, 29 giugno 2007)