Colonne sonore

A proposito del brano “Nun ti lassu” T. scrive:
«… Funziona così, caro Maestro. È così che nasce la colonna sonora della vita e dell’amore di noi comuni mortali. Con appropriazione indebita. Con i prestiti. Per questo che ci piacciono certe canzoni. Perché dicono le nostre parole, quelle che vorremmo sentir rivolgere a noi, quelle che sentiamo che saremmo capaci di dire anche noi. Parole semplici perché siamo persone semplici. E perché, in fondo, l’amore è un sentimento molto semplice. Più la vita lo complica, con più testardaggine ripetiamo le semplici parole delle nostre canzoni. E potrà arrivare un poeta ad inchiodarci con l’imperativo di non chiamarlo amore perché è degno del suo nome, ma noi scapperemo e grideremo “tana” ricominciando a canticchiare una di quelle canzoni dove amore fa sempre la solita rima e non ci chiede di “nominare” e ci culla in qualcosa di universale dove immaginarci nominati…»
(Dal sito di Carlo Muratori – 10 agosto 2003, Incontri di OraSesta, 7 novembre 2007)

Un nastrino rosso

Voglio dedicare questa pagina a tutti i padri, padri di sangue e di cuore, padri ideali
Fra pochi giorni uscirà dalla tipografia il libro Compagni di Franco Dolci. Io chiamo Franco Dolci il mio “padre adottato” e lui mi chiama “la mia segretaria”. E questa “qualifica”, da parte di un compagno ottantenne che nel partito, nella cooperazione, nel “Movimento” e nelle istituzioni ha passato l’intera vita, ha un sapore buono buono.
Sono stata “levatrice” anche del volume Cronache del fiume e della golena, ma ai Compagni ci tenevo in modo particolare. Mai abbiamo avuto un momento di dubbio sul titolo. Che sarà anche “scontato” ma resta l’unico possibile, per i suoi racconti di “vita in Movimento”.
Quella generazione di “professionisti della politica” che girava le strade della provincia a stomaco vuoto (pane e cachi – ecco il pasto simbolico del giovane funzionario di partito alla fine degli anni ‘40, ricorda Dolci), oggi pensa alla sua vita come a una vita bella. Processati e condannati (qualche volta poi assolti) per un comizio non autorizzato, in mezzo ai braccianti sfrattati dal lavoro e dalla casa, scomunicati dalla Chiesa, a volte uccisi a fucilate dalle “forze dell’ordine” o dai potenti (impuniti) di turno. E giravano le cascine e le fabbriche sospinti dalla forza di un pensiero condiviso, di una missione, dalla consapevolezza dell’utilità collettiva di quella missione.
Dov’era il confine tra il privato e il pubblico, in quelle vite? È oggi comprensibile una vita personale in cui una guerra in terra lontana o la chiusura di una fabbrica si amalgamano anzi producono una nuova sostanza della chimica delle emozioni?
Nella campagna elettorale del 1948 Franco Dolci viene mandato dal partito nella zona di Casalmaggiore. È lì che nasce la sua fama di eccellente oratore. Ed è allora che inizia la meticolosa documentazione della sua attività che poi è del Partito – il Partito Comunista Italiano, si capisce – o viceversa, anche.
Se “pane e cachi” è per Dolci il simbolo del vivere quotidiano di quegli anni, per me è diventato simbolico il “comizio”, come spazio e tempo di un amore fatto d’una sostanza speciale degli organismi viventi nei crocicchi della storia.
(Incontri di OraSesta, 1 maggio 2007)

Siracusa

Cara Veronica,
mi chiedi di scrivere di Siracusa. Ma io Siracusa non la conosco. Nelle mie fugaci visite ho incontrato persone, non la città. Ho una mia immagine di Siracusa; è come una parete con affreschi e cancellazioni sovrapposte; è opera di mani di voci di occhi di poeti e di cronisti d’antichi tempi e di oggi, arsa d’amore di un’Incantatrice greca, «a luci de lampiuna» di Carlo Muratori e «con il vento di tramontana» di Veronica Tomassini. La mia Siracusa è invisibile, camminando per le strade.
Però mi ricordo dov’è il mercato. Dov’è il cimitero. Il campo dei rom.
«Mai qualcuno ha cantato più sommessamente» – canta la zingara esiliata; – «Sulla mappa del cielo / io non sono presente».
Siracusa città come i rom. Dalla memoria da zingaro. Una memoria scritta nelle cicatrici. Una memoria attraversata da terre e popoli attraversati. Un esistere dentro la memoria d’altri. Con le parole e le regole di una lingua di altri e altri ancora. «Dove non c’è luogo / si nutre la parola della montagna non rimossa. / Disperata frase per frase, / la mia Babilonia. / Solo la ferita da aculeo tace.»
Di Siracusa dovrei scriverti, Veronica, ma non riesco, forse perché non ricordo le sue cattedrali sacre e profane e so solo dove trovare i morti e gli zingari.
Con affetto
T.
I versi citati sono di Mariella Mehr, scrittrice e poetessa svizzera-rom (jenische) in Notizie dall’esilio. Poesie (Effigie, 2006)
(Incontri di OraSesta, 21 novembre 2006)