Doppio cappio

L’avevano trovato in soffitta, impiccato. Dicevano – a noi – che di certo avrà fatto qualche stupido gioco, e la testa si è intrappolata nel cappio.
Il banco accanto a me – in prima fila, capirai che gioia… – rimase vuoto a lungo. La scuola era appena cominciata, prima elementare, per me la noia di chi sapeva già leggere e scrivere e per non tradire l’eccellenza attesa, manco potevo giocare con il calamaio nel buco in mezzo, il pennino da tenere pulito e pure il foglio, con carta assorbente che invitava fare macchie buffe da fantasticarci su.
Il mio compagno di banco era taciturno, proprio un bambino, più inetto che buono; uno di quelli di cui si diceva “gli si rapprende il latte in bocca”.
Seppi anni dopo che era mio “fratello di latte”: sua madre mi faceva da baglia, la mia di latte non ne aveva.
Ci dicevano che fu vittima di uno stupido gioco, io dicevo che no, che si era impiccato perché non riusciva a star bene in mezzo a noi.
Poi fu tutto dimenticato. Ma forse no.
Era il mio primo compagno di banco, fratello di latte, morto a sei anni con un cappio al collo, nascosto in soffitta a giocarsi la vita, da solo.
(Majarìe, 26 febbraio 2009)

Di belle speranze

Signorina, era; ma a quei tempi ventiquattro nubili anni suonavano con lo zufolo sarcastico di zitella. Il lavoro era tanto, le braccia dell’unica figlia, orfana di padre, dovevano valere per i mancanti fratelli maschi. Ma c’erano poi le serate, il canto – un usignolo, era – e il violino sotto quel mento faceva da specchio a favolose brame.
Lui non era proprio un giovanotto, se non era al fronte – contro i russi? contro i tedeschi? – e giornalista si definiva e le sue lusinghe avevano tutti gli sconosciuti sapori della grande città. Lì doveva andare lei, a cantare, a incantare, a vivere d’incanto…
Il maiale, i polli, i cavalli del carro pronto per il mercato, e poi gli operai… sfamati tutti, cominciava la giornata. Quante volte l’alba l’abbia vista al lavoro, non si sa, prima di quel giorno che se ne partì, per la città – vado dagli zii – e chi sa se il giornalista l’attendeva davvero, e l’Opera e le sirene del successo.
Si sa soltanto del ritorno, sotto i bombardamenti, del carro che partì da casa, per lei, perché i treni non viaggiavano più.
Cento chilometri di andata e di ritorno, sul crinale della Storia, sul sentiero della fiaba dal finale segnato alla partenza.
(Majarìe, 18 febbraio 2009)

Pionieri, a vita

«È giugno e noi esultiamo come tutti gli studenti: è finita. Eppure, la nostra gioia è diversa. Per noi questa scuola – anche se non ha chiuso le sue porte – ha finito di essere la nostra seconda casa.»
Nel 1972 era toccato a me il “discorso di commiato” dalla scuola dell’obbligo (corrispondente per numero di anni alle elementari più medie della scuola italiana). Altro stavo cercando in una scatola in cima all’armadio, questo è saltato fuori; ma a pensarci è pertinente rispetto a quello che volevo raccontare.
Perché quello è un “discorso”… perfetto. Di una prevedibilità sconcertante, anche, dove tutti possono sentire esattamente quello che vogliono sentire, dove si tace con scientifica precisione e diplomatica lungimiranza.
(Molti tremavano – i miei genitori per primi – aspettando cosa avrei detto come ultimo “colpo di testa”. Erano passati poche settimane da quando il direttore della scuola mi chiamò nel suo ufficio pretendendo che l’organizzazione dei pionieri (del cui consiglio di scuola ero a capo io) cambiasse la scelta della squadriglia da mandare in “soggiorno-premio” perché quella indicata da noi aveva in testa una ragazza che ogni domenica andava a messa. E io ho pianto e ho urlato e ho ottenuto e mantenuto e non fui cacciata dalla scuola soltanto perché era amministrativamente impossibile. Dare dell’ipocrita (e altro…) al direttore della scuola non andava di moda, no.)
Insomma, un “gran bel discorso”, un monumento alle “regole condivise”. Chiudevo con una citazione del poeta Endre Ady: «Che la vita è bella lo dicesti senza sosta / e che ci credessimo: lo volevi…». Aggiungendo, in fine: «Sì. La nostra vita sarà bella e nobile se cercheremo di vivere secondo il tuo insegnamento [della scuola, s’intende]. Se non ci accontenteremo della mediocrità, se tenderemo al vero, se saremo Uomini.» (E vai con le trombe…)
Io in quella scatola stavo cercando il mio libretto-tessera dei pionieri. Me l’ha fatto ricordare Farolit con la domanda a chiusura del suo dialogo tra Regola e Libertà. Domandava ai suoi lettori: «una regola (anche privata e personale) che vi piace…» Mah.
In realtà l’unica regola che ho cercato di applicare sempre e forse non sempre (nel) bene, è quella di rispettare le regole; di non “abbatterle” ma, all’occorrenza, “oltrepassarle” proprio portandole alle loro (che brutta parola:) intrinseche ragioni e conseguenze. Perché, in base ai 12 “comandamenti” dei pionieri, per esempio, nessuno poteva essere escluso da un soggiorno-premio soltanto perché cattolica praticante.
Dei “12 punti dei pionieri” il primo e l’ultimo fanno da pilastri dell’ “ordine costituito”: l’organizzazione (ovvero una qualsiasi società/collettività) detta le regole e la tua vita deve essere tale da farne degnamente parte. Gli altri 10 sono i “comandamenti”. (Questi) non erano poi pensati tanto male.
1. Il pioniere è figlio fedele della nostra patria, della Repubblica Popolare Ungherese.
2. Il pioniere rafforza l’amicizia dei popoli, difende l’onore del fazzoletto rosso.
3. Il pioniere continua ad accrescere il suo sapere e compie fedelmente i suoi doveri.
4. Il pioniere, dove può, aiuta.
5. Il pioniere lavora con buonumore e serve spontaneamente la collettività.
6. Il pioniere dice sempre la verità e agisce secondo giustizia*.
7. Il pioniere ama e rispetta i suoi genitori, i suoi insegnanti e porta rispetto ai più anziani.
8. Il pioniere è amico vero e fedele.
9. Il pioniere è coraggioso e disciplinato.
10. Il pioniere allena il suo corpo e bada alla sua salute.
11. Il pioniere ama e protegge la natura.
12. Il pioniere vive in modo da essere degno di entrare a far parte dell’Organizzazione della Gioventù Comunista Ungherese.
*nell’ungherese le parole “verità” e “giustizia” risalgono alla stessa radice: igaz ‘vero, verità’; igazság, igazságos ‘giustizia, giusto’
(Incontri di OraSesta, 28 ottobre 2007)

In nome della madre

Quella di mio padre, ex ufficiale dell’esercito, fu una “fregatura storica”.
Nipote di un pastore (di pecore) e figlio di un ispettore di polizia, era entrato all’accademia militare perché quello era uno dei modi per assicurarsi le serate con donne in abito lungo, un bel cavallo bianco, le passeggiate sul lungofiume a Budapest, alla testa della banda (ché il “titolare” aveva da corteggiare le signore…) La guerra non era calcolata, era appena finita l’altra, figuriamoci!
Non so se sapeva sparare, mio padre (giacché bigiava come poteva le esercitazioni), so che da autodidatta suonava benissimo il pianoforte, accompagnando le arie di operetta che cantava mia madre, all’epoca di me-bambina ormai soltanto durante le serate con amici, a casa nostra.
Di guardia di quello che fu il palazzo reale – residenza in quegli anni del governatore Horty – all’arrivo dell’Armata Rossa, nel febbraio 1945, «abbiamo resistito dieci minuti» – diceva mio padre con un sorriso addolcito dai rovesci della memoria. Finirono tutti in un campo ai piedi degli Urali.
Mai una parola di lamento, dalla sua bocca, mai che io ricordi. Diceva che la zuppa di ortiche non era poi tanto male, che mangiavano solo quella anche i contadini russi che portavano ai prigionieri quel poco di patate e altro che potevano. Nel “tempo libero” mio padre imparava a lavorare il legno. Ne parlano oggi una scacchiera, un mazzo di “carte” – sottilissimi fogli di corteccia – per giocare a bridge, una pipa… e un crocifisso.
È nell’estate del 1948 che cominciano a tornare i primi prigionieri che fino ad allora non hanno potuto dare alcun segnale di sé. Mio padre affidò il crocifisso e la notizia di essere vivo al primo ex commilitone con destinazione Budapest. Arrivarono il giorno dopo la morte di sua madre. Il Gesù intagliato ai piedi degli Urali finì nella bara, finì in terra, in patria.
Verso la fine dell’estate era poi tornato anche mio padre. Non aveva più i genitori, non aveva più la casa, il lavoro. Aveva un passato da non ricordare, da non dire, sopra il quale ha posto, a modo suo, un crocifisso di pietra a memoria: il nome di sua madre, il mio nome.
Ci teneva a precisare: 15 ottobre, Santa Teresa d’Avila, dottore della chiesa.
L’iconografia la vuole nell’atto di meditare e scrivere.
(Incontri di OraSesta, 13 ottobre 2007)