[vorrei dire]

“Ma liuto non ho
per quanto mi s’agita in petto
la volta che senso mi prende
del chiaro e del buio.”

(Umberto Bellintani)

grazie a E.

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[dei doveri]

Fondamento poi della giustizia è la fede, cioè la scrupolosa e sincera osservanza delle promesse e dei patti.
Perciò, ma forse la cosa parrà a taluni alquanto forzata, oserei imitare gli Stoici, che cercano con tanto zelo l’etimologia delle parole, e vorrei credere che fides (fede) sia stata chiamata così perché fit (si fa) quel che è stato promesso.
(Cicerone, De Officiis, Libro I, 23)

[paesaggio]

“Ha detto Amiel che un paesaggio è uno stato d’animo, ma la frase è l’esile felicità di un esile sognatore. (…) Sarebbe più giusto dire che uno stato d’animo è un paesaggio; la frase avrebbe il vantaggio di non ospitare la menzogna di una teoria ma solo la verità di una metafora.”

(Fernando Pessoa, Il libro dell’inquietudine di Bernardo Soares)

[monotonia]

“Il saggio è colui che riesce a rendere monotona l’esistenza, poiché allora ogni piccolo incidente possiede il privilegio di stupirlo.”

(Fernando Pessoa, Il libro dell’inquietudine di Bernardo Soares)

[il sogno]

«Un sogno?… e che le fa un sogno?… È uno smarrimento dell’anima… il fantasma di un momento…».
«Non so, dottore: badi… forse è dimenticare, è risolversi! È rifiutare le scleròtiche figurazioni della dialettica, le cose vedute secondo forza…».
«Secondo forza?… che forza?».
«La forza sistematrice del carattere… questa gloriosa lampada a petrolio che ci fuma di dentro,… e fa il filo, e ci fa neri di bugìe, di dentro,… di bugìe meritorie, grasse, bugiardosissime… e ha la buona opinione per sé, per sé sola… Ma sognare è fiume profondo, che precipita a una lontana sorgiva, ripùllula nel mattino di verità».
(Carlo Emilio Gadda, La cognizione del dolore)

[prima di morire]

“Adesso so quello che dobbiamo vivere prima di morire: posso dirvelo. Prima di morire, quello che dobbiamo vivere è una pioggia battente che si tresforma in luce.” (Muriel Barbery, L’eleganza del riccio)

[falòtico]

“Non chiese a Giuma chi era Cumerlotti, non gli chiese del falòtico, temeva che potesse arrabbiarsi, e temeva che il falòtico diventasse una cosa povera e da poco se si scopriva cos’era.” (Natalia Ginzburg, Tutti i nostri ieri)