[lungo il fiume]

«Tutto compare ad altezza d’occhi senza orizzonte, si sente nostalgia d’un punto un po’ sopraelevato per guardarsi attorno». (Gianni Celati, Verso la foce)

Celati cammina nella bassa. “Fotografa” frazioni di spazio e tempo presenti; registra la “modernità” di paesaggi più e meno antropizzati, senza ri/cercare una poetica di quel che è rimasto – o forse mi piace di più: re/stato – in una sorta di orazione delle rovine. Va in cerca di quelle case “geometrili”, con “muri ricoperti da falsi ciottoli”, ombreggiate da cedri del Libano. Viste frontalmente sembrano “una qualche immagine rustica portata da un sogno di smemoratezza”, e anche i nanetti di gesso ai lati del portico “si sforzano anche loro di sospendere ogni ricordo della «vita piena di pena», perché questo è lo scopo unico e finale delle casette incantate, se ben capisco”.

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È uno sguardo che non indugi sui resti, che mi manca. Mi manca, proprio, oltre a non averlo. Ho le radici mozzate e parole – poche – per trapianti falliti; i segni che lascio sono solo riverberi di tempi altri. Oggi ci sono solo di passaggio e la strada non mi parla.

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«In fondo là fuori non c’è niente di speciale da vedere o registrare, c’è solo tempo che passa. Lo spazio è una specie di grande galera dove si sta ad aspettare qualcosa: nessuno sa cosa, ci si fa delle idee, e c’è solo tempo che passa». (Gianni Celati, Verso la foce)

[nero]

“Soltanto in una visione del mondo ridotta al fisicalismo, ridotta al fisico dalla fisica, il nero può essere definito un non-colore, un’assenza di colore, una privazione di luce. (…) Il nero, allora, è definito come non bianco e privato di tutte le virtù attribuite al bianco. Il contrasto diventa opposizione, addirittura contraddizione, come se definissimo il giorno una non-notte e la mora una bacca non-bianca.

La legge di contraddizione, una volta moralizzata, ha dato luogo, a partire dai secoli sedicesimo e diciassettesimo, dall’Età dei lumi, all’attuale mentalità occidentale, dove il bianco e la purezza sono associati a Dio, mentre il nero, associato alla privatio boni, diventa ancora più decisamente il colore del male. Può ben darsi che il razzismo nordeuropeo e americano abbia avuto inizio con la moralizzazione del lessico cromatico. Nel quindicesimo secolo, ben prima che alcun avventuriero di lingua inglese avesse messo piede sulle coste dell’Africa occidentale, tra i significati di “nero” troviamo: “molto sporco, lurido, sudicio; macchiato di colpe, corrotto da vizi; malvagio; cupo, fosco, tetro; luttuoso, disgraziato, funesto, infausto…”. I primi marinai di lingua inglese che scorsero gli indigeni sulle coste africane li chiamarono “neri”. Fu quello il primo termine descrittivo generale che usarono: non “nudi”, non “selvaggi”, non “pagani”, bensì “neri”. Una volta così denominate, le popolazioni indigene si portarono dietro la maledizione di tutti i significati impliciti in quella parola. Il termine “bianco” per caratterizzare un gruppo etnico ricorre per la prima volta in inglese nel 1604, cioè dopo che gli africani erano stati percepiti come “neri”. La moralizzazione e la contrapposizione tra bianchi e neri continua ancor oggi nell’uso linguistico comune, dove bianco equivale a buono e nero a cattivo, sudicio, sinistro, il male”.  (James Hillman, Psicologia alchemica; W. D. Jordan, White Over Black: American Attitudes Toward the Negro, 1550-1812)

[fragilità]

“La fragilità, negli slogan mondani dominanti, è l’immagine della debolezza inutile e antiquata, immatura e malata, inconsistente e destituita di senso; e invece nella fragilità si nascondono valori di sensibilità e di delicatezza, di gentilezza estenuata e di dignità, di intuizione dell’indicibile e dell’invisibile che sono nella vita, e che consentono di immedesimarci con piú facilità e con piú passione negli stati d’animo e nelle emozioni, nei modi di essere esistenziali, degli altri da noi.”  (Eugenio Borgna, La fragilità che è in noi, Einaudi, 2014)

(ringrazio per questa lettura squilibri)

[creatori]

“Chi ama è un creatore. Se ama con il corpo genererà un figlio. Se ama con la mente genererà un’opera dell’intelletto. E se ama con il cuore, oltre ai figli e alle opere, genererà i frutti del proprio talento: perché tutti ne hanno uno, anche chi si è convinto (o è stato convinto) del contrario.” (Massimo Gramellini sul Simposio di Platone)

[togliere]

“Conservare lo spirito dell’infanzia dentro di sé per tutta la vita vuol dire conservare la curiosità di conoscere il piacere di capire la voglia di comunicare”.

“Conoscere i bambini è come conoscere i gatti. Chi non ama i gatti non ama i bambini e non li capisce. C’è sempre qualche vecchia signora che affronta i bambini facendo delle smorfie da far paura e dicendo delle stupidaggini con un linguaggio informale pieno di cicci e di cocco e di piciupaciù. Di solito i bambini guardano con molta severità queste persone che sono invecchiate invano; non capiscono cosa vogliono e tornano ai loro giochi, giochi semplici e molto seri”.

Complicare è facile, semplificare è difficile. Per complicare basta aggiungere, tutto quello che si vuole: colori, forme, azioni, decorazioni, personaggi, ambienti pieni di cose. Tutti sono capaci di complicare. Pochi sono capaci di semplificare.
Piero Angela ha detto un giorno è difficile essere facili. Per semplificare bisogna togliere, e per togliere bisogna sapere cosa togliere, come fa lo scultore quando a colpi di scalpello toglie dal masso di pietra tutto quel materiale che c’è in più della scultura che vuole fare.
Teoricamente ogni masso di pietra può avere al suo interno una scultura bellissima, come si fa a sapere dove ci si deve fermare per togliere, senza rovinare la scultura?
Togliere invece che aggiungere potrebbe essere la regola anche per la comunicazione visiva a due dimensioni come il disegno e la pittura, a tre come la scultura o l’architettura, a quattro dimensioni come il cinema.
Togliere invece che aggiungere vuol dire riconoscere l’essenza delle cose e comunicarle nella loro essenzialità. Questo processo porta fuori dal tempo e dalle mode, il teorema di Pitagora ha una data di nascita, ma per la sua essenzialità è fuori dal tempo. Potrebbe essere complicato aggiungendogli fronzoli non essenziali secondo la moda del momento, ma questo non ha alcun senso secondo i principi della comunicazione visiva relativa al fenomeno.
Eppure la gente quando si trova di fronte a certe espressioni di semplicità o di essenzialità dice inevitabilmente questo lo so fare anch’io, intendendo di non dare valore alle cose semplici perché a quel punto diventano quasi ovvie.
In realtà quando la gente dice quella frase intende dire che lo può Rifare, altrimenti lo avrebbe già fatto prima.
La semplificazione è il segno dell’intelligenza, un antico detto cinese dice: quello che non si può dire in poche parole non si può dirlo neanche in molte.

Bruno Munari, Verbale scritto

[autobiografie]

«Sopraggiunti e lasciati alle spalle i quaranta, è il passato che si converte in un orizzonte aperto e incerto da ordinare, al quale occorre dare una direzione e uno scopo; un significato che ci riscatti dall’essere ciò che siamo,  inavvertitamente, arrivati ad essere. È  stato Nietzsche a definire “redenzione” l’operazione mediante la quale, a un certo punto della maturità, trasformiamo ogni singolo e incerto “è stato” in un “avrei voluto che fosse così”. (…)

Ora sappiamo, e forse abbiamo sempre saputo, che non siamo un’altra cosa rispetto a colui che commise quell’errore, che incontrò quella persona, che è nato e cresciuto in questo paese e da questi genitori, e che tutto ciò si fonde per produrre l’individuo incerto ma capace di concepire e pronunciare quei “se” retrospettivi i quali si adattano, col loro lamento, a ciò che siamo realmente diventati. Persone così lontane da se stesse, così ardentemente desiderose, oggi più che mai, dell’unità e dell’ordine che il genere biografico offre come riscatto e consolazione.»

Isabel Burdiel, Il perché delle biografie

[non per nostalgia o struggimento]

«Antonino era povero e la sua povertà aveva diviso con la fanciulla Anna, la moglie tortora che dal ’44 gli stava accanto muta e amorosa, attenta a ogni trillo, frullo d’ala o inquieto volo del compagno. E di inquietudine ne aveva il maestro Uccello, insegnante nelle scuole elementari di Cantù. Non per nostalgia o struggimento che stravolge in mito, in paradiso l’inferno che si è lasciato, ma inquietudine per un’idea, un chiodo che dentro s’era infisso già dal subito dopoguerra, dal tempo dell’occupazione delle terre.
“Quando ci recavamo nei feudi e nelle terre in abbandono, spesso i contadini buttavano via gli attrezzi dell’uso quotidiano: cucchiai e collari in legno per bovini o per ovini si trovavano spesso negli immondezzai; con un gesto che voleva distruggere tutto un cattivo passato. Era il rifiuto di tutto un mondo che rappresentava per loro uno stato d’oppressione, il loro male antico” racconta Uccello. Quell’idea fissa era di non far perdere, di non distruggere quegli oggetti, quegli attrezzi dei contadini. […]
Succede il fallimento della riforma agraria, l’esodo dalle campagne, l’emigrazione in massa dei contadini nel nord Italia e nel centro Europa; cominciano a spuntare le ciminiere col pennacchio di fuoco delle raffinerie lungo quel litorale di miti […].
“Ora non avevo più rimorsi nel ‘deportare’ un attrezzo, perché gli oggetti non avevano più la vitalità mantenuta ancora negli anni ’43-’47 circa: allora, pur respinti e bruciati, erano ancora oggetti vivi, polemici, rappresentavano una battaglia, una lotta, una presa di coscienza. Ora invece gli oggetti stavano nell’inerzia più assoluta, nell’abbandono…”»

Vincenzo Consolo, La casa di Icaro, in Le pietre di Pantalica, Oscar Mondadori, 1988,  pp.120-122