[sulla superficie]

«…l’amore di chi non amiamo si deposita sulla superficie e da lì evapora in fretta». (Paolo Giordano, La solitudine dei numeri primi)

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Bucato

di Zena Roncada

C’è una vecchia che vive da sola, qui.
La sua casa fa angolo e strada: trattenuta nei muri, fra ricami di chiocciole e muschio, libera il fiato nel giardino di siepi e peonie.
Tiene, la vecchia, un baule, col corredo a orlo giorno, cifrato di pieni e di vuoti.
Non sposa, la vecchia sfoglia il corredo come l’album del tempo: da strati di carte sottili escono lenzuola dal risvolto prezioso, tovaglie di tela buona, camicie lunghe di pelle d’uovo, coi bottoni davanti, per la grazia di carezze leggere.
La vecchia scuote un poco i cristalli d’odore, cambia le spighe e ripiega le cose, sui solchi certi.
Ma, una volta in un anno, quando il sole è proprio sicuro, perché il vento storna le nubi, fa il bucato grande… e il corredo ondeggia sul filo… e si gonfia… e il giardino fiorisce di pagine bianche.
Chi passa vi legge parole mai dette, bisbigli solo sognati, promesse non sussurrate, segni di corpi che non si sono trovati, in un baleno d’amore.
Chi passa segue con gli occhi le mani di vecchio uccello, in corsa a spianare ogni piega, a stirare sul filo la vita che non è stata.

[5 gennaio 2012]

Ho scelto, alla fine, questa fotografia per contrassegnare il giorno di oggi, a partire dal quale la vita di molti di noi sarà diversa. Non avremo più nessun alibi per non dire e non fare; don Luisito non parlerà più per noi, al nostro posto.
Ho scelto questa fotografia perché dica – perché dice – quello che direbbe lui: non guardate me, guardate quello che guardo, vedo io. Pregate: ovvero ascoltate. Pregate, ovvero non chiedete per avere, ma domandate al silenzio di svelare il sentiero che porta all’uomo. All’uomo nella sua integrità, mai strumentalizzato, mai asservito e mai servo se non della Parola.

Profondo inchino d’addio l’accento
sulla decima sillaba al compiuto
verso, che strade trovi non segnate
fra nuove imbricature di parole:
come mia vita all’undicesima ora
imago mortis svela Poesia.

Ma perché si chiama endecasillabo quando l’ultimo accento non è sull’undicesima sillaba bensì sulla decima? Non si dovrebbe dire: decasillabo? Così m’interrogavo quando il professore d’italiano in quinta ginnasio cercò di spiegarci i misteri dell’accento in poesia, nell’ora cosiddetta di Retorica […]. Solo adesso mi so dare la risposta, forse: l’accento sulla decima è come la battuta del piede al termine della corsa per il salto verso l’avventura dell’undicesima sillaba, un’undicesima ora a chiusura del giorno, senza più la possibilità d’una nuova battuta per un altro salto. Endecasillabo, verso che preferisco fra tutti, forse perché da sempre a esso è legata l’immagine di Poesia, a sua volta, in questi ultimi tempi, svelamento dell’imago mortis.

Luisito Bianchi, Endecasillabo, in Sulla decima sillaba l’accento, Viboldone, 1995

[il solco della seminatrice nel giorno della mietitura]


Passata la festa di San Giovanni, ogni giorno potrebbe essere l’ultimo per questo campo di grano. Cioè, per il grano. Il campo resta lì, operoso nei compiti assegnati dalle stagioni. Ogni giorno percorro – con gli occhi, s’intende – il solco della seminatrice. È l’unico nastro di terra senza frutto, eppure (seppure?) artefice del raccolto. E ammetto di attendere la mietitura per vedere come (mi) si presenterà. Scomparirà, credo. Temo.
Comunque, andiamo a mietere il grano

[fiori]

Che cosa sono i fiori?
Non senti in loro come una vittoria?
la forza di chi torna
da un altro mondo e canta
la visione. L’aver visto qualcosa
che trasforma
per vicinanza, per adesione a una legge
che si impara cantando, si impara profumando.
Che cosa sono i fiori se non qualcosa d’amore
che da sotto la terra viene
fino alla mia mano
a fare la festa generosa.
Che cosa sono se non
leggere ombre a dire
che la bellezza non si incatena
ma viene gratis e poi scema, sfuma
e poi ritorna quando le pare.
Chi li ha pensati i fiori,
prima, prima dei fiori.

Mariangela Gualtieri, Che cosa sono i fiori? in So dare ferite perfette

[un “ritorno”, dal defunto blog “majarìe”, 17 marzo 2008]

[inventario]


«Una radio enorme con i nomi di Istanbul, Mosca, Tolosa e Bonn. Un televisore ancora più grande, scuro e minaccioso, sul piano superiore di un carrello malfermo. Lo stabilizzatore, il dio potente che si mangia i fulmini.
Una bambola col viso di porcellana, una gonna enorme sparsa sul divano, al freddo.
Uno scrigno con la musica dentro e una ballerina che si risveglia e danza sulle punte. […]
Il bagno con tre pettini grandi e uno piccolo, una scatola di lamette, un pezzo di cristallo liscio che ferma il sangue [] »

Il mio lavoro è fare inventari.
Inventario: da ‘inventus’; trovare cercando, dice il dizionario (che poi è un inventario…)
Il mio lavoro è registrare carte rinvenute, registrare l’esistente. Nulla s’inventa, proprio no.
Inventare è “scoprire cercando”, ma anche ‘giungere a qualche meta’ – dicono – e pure ‘dar la prima esistenza a cosa che non si conosceva’.
Inventare è creare, dunque, l’inventario è ri-creare, forse.

Un pezzo di cristallo liscio che ferma il sangue ri-crea casa mia di quarant’anni fa, mio padre ancora vivo, ma anche no, lui, il cristallo, è rimasto lì sul ripiano di vetro, nulla potendo fermare, poi, non il sangue che scorre nella ferita memoria.

“Io non so inventare una storia”… Incollavo quel resto di serratura sul muro di fronte allo scrittoio, dicendo tra me e me che magari sbirciando lì…
Con quel buco di ferro, superstite di una delle mie vite precedenti, nulla di nuovo vedrò, soltanto l’inventario del vecchio, scritto nero sulla calce bianca.

Una bottiglia dipinta, vuota, con due bicchieri a fianco, una cornice di legno orfano di quadro, un orologio con la cassa di ottone e le lancetta ferme…

[Occhi]

«Il vecchio capì allora gli occhi dei pioppi.
Macchie scure, incise fra palpebre di tronco: l’orma che resta di un ramo che si spezza e cade e muore, nello schianto della legna vecchia.
Partenza cerchiata col carbone, quasi fosse un giorno sopra il calendario.
Distacco impresso sulla pelle, cicatrice di zuffe col vento e con la pioggia, vuoto tatuato, che non si cancella.
Ma anche sforzo di tutta la corteccia, di fili e succhi chiamati a rammendare, a grinzarsi attorno a un nero cavo, per risarcire la vita che si è rotta, la perdita di un gesto e di un abbraccio, con un occhio che si apre sul fusto e sa guardare, anche nella nebbia.»
(Zena Roncada, Occhi – in Microcenturie)