[immemore]

Prima che non ricordare sia difesa. Prima che ricordare sia difesa. Ora che il ricordo è parola viva, ancora.

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[contatto]

Sinistra e destra e movimenti e sommovimenti… ma io non penso che alla tazza.

L’altra sera stavo versando l’acqua bollente quando ho sentito come una pizzicata alla corda più alta del violino e in men che non si dica il piano della cucina era inondata. E io a guardare, incredula, la tazza integra. La osservavo da vicino dentro e fuori. Niente. Sotto la luce: niente. Sciacquata e asciugata, era bella e intatta. Appariva, evidentemente.

Il giorno dopo trovo una grossa cipolla che nel buio della cesta si è lanciata verso la – sua – primavera e decido di appoggiarla sopra la tazza: una bella armonia tra foglie fresche e dipinte. Seguo con un dito il disegno e… trovo la crepa. Con il tatto. Toccando con mano.

[epica sottovoce]

qui-come-altrove_effigie La donna che ripara i sogni e altre storie, di Zena Roncada

Alcune cose che vorrei non sentir dire a proposito di questo libro.

Che son storie che parlano di un modo “antico”, nel senso di “vecchio paese”.

Che sono testi trasferiti – tras/locati – dal web sulla carta, come se non esistesse una costruzione, una tessitura propria del libro.

Che i “mestieri inusitati” delle donne e degli uomini che si affacciano su queste pagine sono invenzioni in senso di fantasia e non nel senso etimologico di scoperta di cose nascoste allo sguardo superficiale (che scivola sulla superficie).

 

[Essaouira – p.s.]

Partire senza macchina fotografica – quella specie, insomma, che ho – non è stata una buona idea. Già non sono capace di puntare in faccia alla gente quella, figuriamoci un telefono. Una macchina fotografica “fa turista” – e cos’altro sono lì, io? -, ma almeno suggerisce, credo, l’attenzione che uno si porta appresso. E avere, tuttavia, a disposizione uno strumento in grado di “fermare immagini”, mi ha più distratta che aiutata a vedere. Ma forse non fa differenza cosa avessi o non avessi in mano: la vita comunque mi sarebbe passata troppo vicino, nei vicoli, e troppo lontano, sulla battigia-promenade che, per fortuna, lì non è riserva per pochi.

[proprio lì]

a C.

Chi del mondo poco ha visto, come fa a scegliere una meta per il viaggio da mettere sulla lista “prima di morire vorrei…”?

(Prima di morire vorrei arrivare ad usare le parole per ciò che sono – loro, io – e sfogliare tutti i tempi sereni del verbo)

La meta, dunque. L’ho trovata. Un puntino appena sulla mappa. Un mondo.
Lì c’è l’oceano. La frattura della Terra. C’è quel che resta dei forti di potere. C’è, vicino, la città viva che parla un’altra lingua. E le riserve per il mondo che sbarca lì per esserci ma non troppo, non troppo vicino; a portata di soldi ma non di odori. Si sta – tutti, lì – sopra le faglie, nel cuore crepato del Mondo.

Quel punto lì appartiene ai “popoli a tempo determinato” e alla sabbia e all’oceano in eterno. Meta ultima.

[lungo il fiume]

«Tutto compare ad altezza d’occhi senza orizzonte, si sente nostalgia d’un punto un po’ sopraelevato per guardarsi attorno». (Gianni Celati, Verso la foce)

Celati cammina nella bassa. “Fotografa” frazioni di spazio e tempo presenti; registra la “modernità” di paesaggi più e meno antropizzati, senza ri/cercare una poetica di quel che è rimasto – o forse mi piace di più: re/stato – in una sorta di orazione delle rovine. Va in cerca di quelle case “geometrili”, con “muri ricoperti da falsi ciottoli”, ombreggiate da cedri del Libano. Viste frontalmente sembrano “una qualche immagine rustica portata da un sogno di smemoratezza”, e anche i nanetti di gesso ai lati del portico “si sforzano anche loro di sospendere ogni ricordo della «vita piena di pena», perché questo è lo scopo unico e finale delle casette incantate, se ben capisco”.

*

È uno sguardo che non indugi sui resti, che mi manca. Mi manca, proprio, oltre a non averlo. Ho le radici mozzate e parole – poche – per trapianti falliti; i segni che lascio sono solo riverberi di tempi altri. Oggi ci sono solo di passaggio e la strada non mi parla.

*

«In fondo là fuori non c’è niente di speciale da vedere o registrare, c’è solo tempo che passa. Lo spazio è una specie di grande galera dove si sta ad aspettare qualcosa: nessuno sa cosa, ci si fa delle idee, e c’è solo tempo che passa». (Gianni Celati, Verso la foce)