[note al margine]

«Cosa ci andiamo a fare?» – risposi con una domanda alla proposta del mio vicino di casa. Che proprio a Budapest volesse andare – e quindi insieme a me – non mi aveva sorpreso per niente.

«Andiamo a fare delle conversazioni. “Conversazioni al Danubio”. Non so nemmeno io di preciso, su cosa».

Messa così, mi sembrava convincente. Nulla di più spaventoso, ai miei occhi, dei viaggi con la meta ben fissata sin dalla partenza. Sarà pure infantile la paura delle aspettative, ma almeno il viaggio – metafora per eccellenza – dovrebbe restituirci ad uno spazio temporale di libertà. E fu così che io e Fabio Turchetti, il 22 maggio 2011, salimmo su un aereo, con pochi bagagli e molta curiosità, leggeri.

Ad essere del tutto sincera, a me pesava però il ruolo di “quella che fa le domande”. Non sono mica brava, io, con le domande. Il vero sapere, io credo, prende forma proprio nei punti interrogativi; solo alle risposte è concesso il margine del dubbio. Niente domande, dunque, fu il compromesso. Avrei fatto da guida nella città che era stata mia per adozione, proponendo un percorso ai passi e alle parole.

D’accordo, avremmo parlato di Fabio Turchetti. Voglio dire proprio di Fabio Turchetti – come parlare da una certa distanza –, nel senso che eravamo decisi di evitare il “raccontarsi” e con questo il tono intimista che così facilmente si insinua in una conversazione tra compagni di viaggio. Perché è vero, come dirà Fabio in conclusione, viaggiando prendiamo una certa distanza anche da noi stessi, e forse, aggiungo io, siamo più portati a vederci come “altro” nello specchio di un fiume lontano, perdendoci in confidenziali chiacchiere, tra le creste delle onde. «Ciarlava la superficie e taceva il fondo», scrisse József Attila nella poesia Al Danubio, un testo che io, ungherese, non potevo non portarmi appresso (lo trovate in chiusura di questo volumetto).

Non è facile far parlare “il fondo”. A forzarlo, capace che erompa in parole roboanti che lo tradiscono, ovvero consegnano un senso che tracima e stravolge. Perciò chi volesse trovare in queste pagine la “verità rivelata” di vita opere e miracoli di Fabio Turchetti musicista cremonese, può terminare qui la lettura perché noi proponiamo soltanto le tracce – in parole e in musica – di una ricerca sconfinata delle giuste domande, quelle da non fare forse mai, alle quali la risposta è la nostra vita.

[vedi Note al margine – 1]

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Note al margine

Le conversazioni iniziano su una panchina della piazza Március 15, con la collina di Gellért e quella dell’ex palazzo reale davanti agli occhi, sulla riva opposta del Danubio, a Buda, e l’edificio dell’Università – già Eötvös Loránd, ora Pázmány Péter – alle spalle. A pochi passi Contra Acquincum, ovvero i resti della città romana sulla sponda del fiume dove oggi si estende l’altra parte della capitale, Pest. Sulla panchina di fronte un senzatetto fa scaldare il sonno al tiepido sole di una mattina di primavera. Ecco, la cornice bimillenaria dell’inizio della nostra “storia”.

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Solo ora, dovendo scrivere questi appunti “topografici” ad accompagnamento delle note “biografiche”, mi rendo conto di quanto sia antropomorfa la nostra percezione di una città. Parliamo del suo cuore pulsante, delle sue arterie, del suo corpo insomma e, spesso, persino della sua anima. Uomini, culture, città si plasmano a vicenda; dall’alto vediamo nastri di vuoto tra i pieni dell’edificato, lì cammina o corre le Storia come le nostre storie si scrivono nelle parole e pure nei silenzi. La forma della città è già narrazione di sé.

Budapest non è una città divisa in due parti da un fiume; Buda e Pest sono diventate un’unità per volontà dell’uomo che ha sfidato un confine naturale che sono, sovente, i fiumi. I ponti del Danubio si proiettano nel tessuto urbano della “piana” di Pest con le linee rette dei viali, ma, in semicerchi sempre più ampi, i Körút ti accompagnano da riva a riva.

Per qualche ora abbiamo abbandonato anche noi il lungofiume, spostandoci verso luoghi del “quotidiano vivere”. Piazza Deák – con un piccolo parco per colf e badanti nelle ore libere e un grande albergo di lusso per primi ministri di passaggio – è una delle molte piazze all’incrocio di un semicerchio e di un’arteria che punta decisa alla sua meta.

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Il “polmone verde della città”: le colline alle spalle del colle dove troneggia il palazzo reale. Il vento annuncia l’acquazzone che, pure oggi, metterà in fuga le truppe di turisti e di venditori d’arte e di memoria. Vie, piazze del “castello” ad alta densità di stranieri: è qui, dunque, che si allestisce il campo di concentramento per gli oggetti di arte popolare, veri e finti vecchi o luccicanti di nuovo. Una distesa di cuscini profughi della Transilvania, orfani e figli illegittimi di una cultura in vendita. “Valorizzazione della tradizione”, si dice, ma le parole, si sa, talvolta tradiscono

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Souvenir. In un gioco di specchi, industria del ricordo e viaggiatori fissano nell’immaginario i baluardi memoriali di una città. Devo essermi sentita abbastanza straniera durante questo viaggio se, per la prima volta, mi sono decisa di acquistarne uno; il piccolo tram giallo era lì proprio per me. Perché amo veramente soltanto le città che hanno i tram sguscianti sferraglianti nelle vene.

Budapest è una città da percorrere in lungo e in largo sui tram. È il “ritmo cittadino”, il loro; né passeggiata né corsa. Viaggiare in tram è spostarsi con disciplina ché a segnare il sentiero ferrato ci ha pensato il Buon Governo, tu guarda pure l’alternarsi di muri e vetri e genti pascolanti nel paesaggio urbano; se poi sbagli la discesa non è grave, la strada da rifare non è mai troppa. “Spostarsi con disciplina”, forse non piace più tanto nemmeno da queste parti, arrivati alla sospirata fermata col cartello Libertà. Libertà di morire di fame, scriveva una signora al giornale, saranno già vent’anni fa.

Scendiamo dal tram numero 6 in piazza Oktogon. Siamo a Terézváros; reticolo di strade ben disegnato, meraviglia del progresso duecento anni fa. Passiamo veloci nell’ombra della “Casa del terrore”, orribile tetto comune a misfatti di regimi distinti, per farci trovare da un arioso tramonto in Piazza degli eroi.

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Il viso della città, la sua pelle segnata ancora da proiettili, frettolosamente rimossi poi dai muri che hanno retto l’invasione armata degli eventi. La città conserva la sua memoria incisa nelle pietre, la puntella con monumenti e statue di uomini dagli occhi che ci sembrano straniti perché straniti forse siamo noi, smemorati, al loro cospetto. A Giuseppe Garibaldi la nazione ungherese – MCMXXXII. E lui se ne sta accanto alla scalinata del Museo Nazione che vide il 15 marzo 1848 il poeta Petőfi Sándor declamare i suoi versi e chiamare “il popolo” alla riscossa contro l’Impero dominante. Versi letti e riletti, per un secolo, alla luce offuscata dall’Impero del momento.

E sulla panchina di fianco a noi, un senzatetto scalda il sonno al sole mite di un giorno di primavera.

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Quante volte ho riascoltato Note al margine (dal disco Atleta senza sonno, 1993) prima di questo viaggio, e dopo! Arrivati infine dove József Attila guarda il Danubio che, come sua madre lavandaia, «lava tutti i panni sporchi della città», avrei dovuto fare una domanda… o forse no. «Parlami di loro». Di loro che «scandagliano i fondali della memoria, / scandagliano i nostri cuori» e «non rispondono alle domande che abbiamo fatto / ma cantano insieme nella sera».

Penso, poi, a “loro”, alla moltitudine dei nostri invisibili accompagnatori, i “fantasmi” che ci siamo portati appresso e quelli dei luoghi attraversati; una babele dal disperato bisogno di pace. A pochi passi da noi, sul ciglio del lungofiume, una fila di scarpe di pietra: è passato così tanto tempo e così poca acqua, qua sotto, da aver bisogno davvero di un “memoriale” per gli ebrei fucilati dai tedeschi direttamente nel fiume.

C’è qualcuno, in Ungheria, che vorrebbe spostare la statua del poeta; forse troppo proletario, lui, per i salotti d’affari a due passi dall’Országház, “Casa del Paese”. Così si dice ‘parlamento’, nella mia lingua. Ma, si sa, le parole talvolta tradiscono.

In Fabio Turchetti, Note al margine. Conversazoni al Danubio di radici, di confini e di musica con Teréz Marosi, Effigie 2012