[lungo il fiume]

«Tutto compare ad altezza d’occhi senza orizzonte, si sente nostalgia d’un punto un po’ sopraelevato per guardarsi attorno». (Gianni Celati, Verso la foce)

Celati cammina nella bassa. “Fotografa” frazioni di spazio e tempo presenti; registra la “modernità” di paesaggi più e meno antropizzati, senza ri/cercare una poetica di quel che è rimasto – o forse mi piace di più: re/stato – in una sorta di orazione delle rovine. Va in cerca di quelle case “geometrili”, con “muri ricoperti da falsi ciottoli”, ombreggiate da cedri del Libano. Viste frontalmente sembrano “una qualche immagine rustica portata da un sogno di smemoratezza”, e anche i nanetti di gesso ai lati del portico “si sforzano anche loro di sospendere ogni ricordo della «vita piena di pena», perché questo è lo scopo unico e finale delle casette incantate, se ben capisco”.

*

È uno sguardo che non indugi sui resti, che mi manca. Mi manca, proprio, oltre a non averlo. Ho le radici mozzate e parole – poche – per trapianti falliti; i segni che lascio sono solo riverberi di tempi altri. Oggi ci sono solo di passaggio e la strada non mi parla.

*

«In fondo là fuori non c’è niente di speciale da vedere o registrare, c’è solo tempo che passa. Lo spazio è una specie di grande galera dove si sta ad aspettare qualcosa: nessuno sa cosa, ci si fa delle idee, e c’è solo tempo che passa». (Gianni Celati, Verso la foce)

9 pensieri su “[lungo il fiume]

  1. E se non fosse del tutto così? Se là fuori ci fosse qualcosa di speciale, che se sapessimo vedere potrebbe esso stesso diventare motta per allargare la vista e trovare un orizzonte?
    Dunque le ultime parole virgolettate sono solo consolatorie delle parole (tue?) che immediatamente le precedono?

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    • In effetti, avevo dimenticato di indicare l’ultima citazione (ora segnalata); sono parole – di Celati – molto suggestive ma in evidente contrasto con l’apertura ad ogni segmento e ad ogni insieme che caratterizza i suoi appunti-osservazione del viaggio. (Infatti, aggiungeva subito dopo “Sto scrivendo in una nebulosa di gas depressivo”.)
      No, non è per niente consolatorio. Nebulose depressive vanno e vengono, ma fuori c’è sempre qualcosa – piccolo o grande – per il quale mi mancano – ma proprio mi mancano – le parole.

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    • Nel senso che sento proprio la mancanza di parole che non siano riflessi di me ma “narrazione”, osservazione, segni presenza in un mondo abitato (non solo da me e dai miei fantasmi per lo più d’altri tempi :)

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    • Speriamo… Tanti auguri anche a te :)
      (Un po’ il praticello devastato e poi convalescente dopo i lavori, un po’ i nuovi compiti sul lavoro che m’incollano su una sedia – e forse la voglia che mi viene sempre più a mancare – insomma quest’anno niente “calendario del compagno Ernesto”.)

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