Cose di Po

140907-085

Arrivando a Sermide con il treno – e forse proprio perché arrivo in treno – ho pensato che mi è rimasto un luogo dove vado – vengo – con l’animo di chi ci è nato.
A raccontare tutti i perché di questa sensazione verrebbe fuori una storia lunga e tortuosa – com’è il Po, ora un filo, ora mare camminante. Ma una delle sue ragioni credo risieda nella potenza delle parole che me l’hanno fatto conoscere.
Quindi, finita la “premessa del treno”,

mi piace accogliervi a questa mostra fotografica con una sequenza di immagini che usa il linguaggio delle parole:

“L’argine e la golena, il maschio e la femmina, le robinie selvatiche e i fiori del diavolo, i pioppi e i salici, (…) le case con la memoria del verderame e le case senza memoria, le storie dei briganti che scendono verso il mare e i racconti dei bugiardi, le zanzare e le bisce d’acqua (nere), l’odore dell’uva fragola e la puzza del diserbante, la Coop e i negozi morti e risorti nella sua pancia, i canali grassi di rane e magri di acqua, VENDESI PESCHE E ZUCCHE (girare a destra), il treno (che si è perso i vagoni, nel tempo) e la stazione nuova, (…) la fabbrica chiusa e il centro anziani aperto, i trattori che sputano e i vecchi che sputano, i ragazzi con le Nike e i motorini coi ragazzi, l’ultima trattoria e il primo quasi-pub, la strada di asfalto e la strada di acqua (…)”

“Io sono di qui” – prosegue Zena Roncada in questo suo breve testo dal titolo Cose. – “E mi piace ascoltare le storie” – aggiunge. “Non sono né belle né grandi, qualche volta neppure vere. Le dicono i vecchi, perché trovino granaio”.

La mostra “I mestieri di Po” curata da Giovanni Giovannetti per il Centenario della Cgil, accosta fotografie e testi “incorniciati” non come didascalie ma alla stessa stregua delle immagini, e il testo di Zena l’avrei proposto come pannello di chiusura se solo l’avessi scoperto in tempo per la stampa.
«Ascoltare le storie» che dicono i vecchi perché «trovino il granaio»: in poche parole le “cose” essenziali della mostra: la conservazione della memoria, la trasmissione di saperi, la narrazione.
Perché questa mostra è un racconto per immagini, immagini che seguono il tratto lombardo del Po. Chi l’ha creata ha scelto, dove ha potuto, delle sequenze fotografiche, ma, siccome nei nostri archivi spesso si trovano solo alcuni superstiti dei servizi fotografici di una volta, abbiamo usato anche singoli scatti, composti attorno ad un argomento: l’acqua, le attività che la vedono talvolta protagonista e altre volte sfondo (i trasporti o il bucato o lo sport), lo sfruttamento dei suoi beni: la stessa acqua irrigua o l’oro (che si sperava) depositato, la sabbia o il salice o i vimini delle rive, i pesci… fino ad arrivare ai tempi dell’energia nucleare, a Caorso.
E camminando da Pavia a Mantova s’incontrano i riti di una civiltà contadina tramontata (e un po’ anche viva) a protezione “magica” delle terre coltivate lungo le sponde, si incontrano le cascine (“fabbriche contadine”, direbbe Luigi Ghisleri), le stalle, gli animali e le macchine; le lotte sociali, i volti d’altri tempi come quelli dei bergamini e i volti nuovi dei mungitori indiani: ecco la fotografia di quella cultura della terra che giunge al trapasso – vedrete le immagini emblematiche dell’uccisione del cavallo – e che sfocia in un’altra e già oggi vecchia “modernità”, avvelenata, stritolata da giganti di ferro, macellata alla catena di montaggio del nostro cibo.
Questo “racconto per immagini” nulla concede alla retorica. Ovvero, se vogliamo, intende costruire un discorso con le regole della “buona retorica”; un discorso incardinato su valori etici, un discorso che si affida al pathos presentando la propria verità e realtà.
La vera forza di questa mostra è l’essere un racconto; racconto sulla vita e sulla morte, sul lavoro e sui lavori, un racconto che usa la fotografia come linguaggio “capace quanto la parola di narrare, di essere lirico o violento, ideologico o critico, di falsare la realtà o di evidenziarne le crepe”, come dice il testo della quarta di copertina del catalogo.
La singola immagine coglie un particolare, ce la ingrandisce. Una mostra fotografica concepita come una sorta di puntaspilli di singoli scatti può avere grande impatto emotivo e anche grande portata informativa, a seconda delle immagini esposte. Se invece una mostra è concepita come narrazione, ci spinge alla più complessa operazione della lettura.

Una mostra non vuole insegnare nulla, se non nel senso di incidere un segno. In me ha rafforzato la consapevolezza che, come hanno saputo fare i qui rappresentati fotografi professionisti e “amatoriali” nel loro presente, anche noi dobbiamo essere foto-grafi – ovvero scrittori per immagini – del nostro.
Dobbiamo scrivere le nostre storie, affinché i figli possano imparare a leggere il proprio codice genetico sociale.
Dobbiamo scrivere le nostre storie sperando e facendo in modo che “trovino granaio”.

(Vivere il Po – festa del paesaggio fluviale, III edizione, Sermide 7, 13-14, 18-19-20-21 settembre 2014)

5 pensieri su “Cose di Po

    • Sì sì, a Sermide, alla “Teleferica”, proprio sul Po, ora Centro di educazione ambientale. E poi ci saranno tante altre iniziative “in giro” nei prossimi due finesettimana (il programma è sul sito e sulla pagina facebook del Comune di Sermide)

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    • Con la buona memoria che hai, ti sarai ricordata che non era nuovo, il “pezzo”, ma una revisione di quanto avevo balbettato nel 2006, alla presentazione della mostra a Cremona: il nostro primo incontro.
      A Sermide forse aveva un senso compiuto.
      Uscendo dalla sala si è fermato un signore – pareva mia madre piegata dal peso degli ottant’anni – e mi ha ringraziata.

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