[scripta volant]

Leggo da Pes questa citazione:

La frase classica scripta manent, verba volant – che ai giorni nostri è passata a significare “ciò che è scritto rimane, ciò che è detto svanisce nell’aria”, esprimeva l’esatto opposto: fu coniata in lode della parola pronunciata ad alta voce, che ha le ali e può volare, rispetto alla parola muta scritta sulla pagina, che è immobile, morta. (Alberto Manguel, Storia della lettura )

Insomma, il caro vecchio dialogo di Fedro e Socrate, sulla parola “vivente e animata” e la parola scritta.

Nello stesso “solco” un’altra riflessione mi è capitata, in questi giorni; madre Ignazia in verità parla della “retorica del lasciare qualcosa di sé a memoria della propria esistenza” – “opere” o beni quantificabili -, ma subito dopo fa un esempio che riguarda, invece, la scrittura:

“…Gesù non ha scritto nemmeno una pagina (quando ha scritto lo ha fatto provocatoriamente sulla polvere), non ha lasciato nemmeno una traccia di sé: solo il suo Soffio.”

Al posto di “soffio” io avrei scritto “esempio”, ma forse è la stessa cosa.
In ogni caso – arrivando a quello che lega, per me e stamattina, queste riflessioni – resta il primato della vita relazionale “corporea”, per così dire, rispetto a una comunicazione (parola che comunque rimanda ad una sfera sacrale) mediata dalla parola scritta.

Non so se può essere autentica una parola scritta come “traccia di sé” per il dopo. È difficile non recitare. Lo scrivere dovrebbe restare dialogo rigoroso – innanzi tutto o soltanto – con se stessi, nella ricerca dell’autenticità.

Ma qual è dunque la differenza tra ipocrisia e autenticità, se anche quest’ultima non richiede di mostrare sempre e comunque ogni aspetto di sé? Direi che ognuno ha una propria sensibilità per comprendere che cosa esprimere di sé a seconda del contesto, una sensibilità guidata dal rispetto dell’altro, da quel che può, vuole e deve “sopportare” di noi, dalla profondità e dalla prospettiva della relazione che stiamo costruendo. L’ipocrita invece nasconde parti di sé in funzione del ruolo che vuole recitare, per ottenere quel che ritiene un vantaggio. Autenticità significa dunque mostrare quella parte di sé che è comunicabile e custodire con pudore la parte che deve restare segreta. Io cerco l’autenticità, soprattutto nel parlare, che è un’espressione del cuore. (Madre Ignazia Angelini, Mentre vi guardo)

Scrivere – vivere nelle parole disposte in un solco seguendo proprie e condivise regole – dovrebbe essere il lasciare tracce per se stessi per non smarrire – per ritrovare – la strada.

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