[scena]

«Si pensi ora al gesto con il quale il regista studia la location del suo possibile set. Con le sue mani forma una specie di obiettivo, le pone davanti agli occhi e si guarda intorno. In realtà non guarda affatto, piuttosto inquadra, costruisce cioè un templum, all’interno del quale le stessa cosa di prima, che so? una panchina in un parco, appare. Una volta incorniciata, però, la panchina comincia anche a sparire, smette di appartenere a questo mondo. La cornice, il recinto del tempio, l’ha infatti separata definitivamente dal contesto. Ora non è più quello che era quando la si usava per sedersi. Comincia piuttosto ad assomigliare ad una panchina, “recita” la parte della panchina. Il mondo si è insomma fatto scena ma così facendo è diventato un fantasma, un ricettacolo di spettri.
Sulla scena si recita, non si agisce. Nel recinto sacro del tempo non c’è azione, c’è ripetizione, c’è rito. (…)
L’azione è rivolta al futuro, è elaborazione di un senso a venire. L’azione è progetto. L’azione è profana nella sua più intima natura perché è antitradizionalista, perché è creatrice di qualcosa di nuovo, perché è storica. Ma quando il mondo è inghiottito nello spazio della scena, allora, come dice Amleto in uno dei passi più celebri di tutta l’opera, il tempo dell’uomo, un tempo eminentemente “politico”, va fuori dai cardini. La politica diventa insomma l’impossibile. La scena si installa nella Città come un cancro, nel senso che la corrode e la contamina, infine la dissolve.»  (Rocco Ronchi)

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