[autobiografie]

«Sopraggiunti e lasciati alle spalle i quaranta, è il passato che si converte in un orizzonte aperto e incerto da ordinare, al quale occorre dare una direzione e uno scopo; un significato che ci riscatti dall’essere ciò che siamo,  inavvertitamente, arrivati ad essere. È  stato Nietzsche a definire “redenzione” l’operazione mediante la quale, a un certo punto della maturità, trasformiamo ogni singolo e incerto “è stato” in un “avrei voluto che fosse così”. (…)

Ora sappiamo, e forse abbiamo sempre saputo, che non siamo un’altra cosa rispetto a colui che commise quell’errore, che incontrò quella persona, che è nato e cresciuto in questo paese e da questi genitori, e che tutto ciò si fonde per produrre l’individuo incerto ma capace di concepire e pronunciare quei “se” retrospettivi i quali si adattano, col loro lamento, a ciò che siamo realmente diventati. Persone così lontane da se stesse, così ardentemente desiderose, oggi più che mai, dell’unità e dell’ordine che il genere biografico offre come riscatto e consolazione.»

Isabel Burdiel, Il perché delle biografie

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9 pensieri su “[autobiografie]

  1. A volte, invece, penso che si tratti solo di affidarsi alla corrente e che questo bisogno di unità e di ordine, di essere, appartenga solo alla gioventù. O forse alla gioventù che siamo stati noi, chissà se ancora a quella di oggi.

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    • Forse si tratta di bisogni diversi, uno “esteriore” l’altro “interiore”, per dirla con molta semplificazione.
      Ricordo il “bisogno di ordine” che una delle mie figlie riusciva a “verbalizzare” con una certa efficacia, a cavallo tra l’adolescenza e l’età adulta. Un ordine – una rete di regole – entro cui sentirsi libera e rassicurata nello stesso tempo.
      E penso al continuo “mettere in ordine” i pezzi della vita che caratterizza questi miei primi “anni 50”. A quella specie di “ricapitolare” per arrivare ad un “senso” non ancora conclusivo ma che faccia arrivare alla vecchiaia con la percezione di sé il meno possibile “incompiuta”.
      Salvo poi morire, possibilmente, da vivi, ovvero “nella corrente”, non “finiti” :-)

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  2. Io più che altro sono disordinata. E tengo tutto intorno a me, secondo la logica del “come capita”, nell’illusoria convinzione che ogni elemento possa essere ancora in gioco.
    Una fatica terribile, a ben pensare. :-)

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  3. In effetti, Pessima, l’espressione percezione di sé il meno possibile “incompiuta” non è molto felice perché sovrappone due aspetti tra i quali prevale il misurare la propria “compiutezza” con la realizzazione di “cose”. E’ la via più facile, più “pratica”. E in questo campo forse è salutare un “riordino” prima di arrivare all’età rincitrullita. Per il resto, beata è l’incompiutezza! :)
    Sul disordine, Ossidiana, cioè sul disordine che mi circonda, stendo un pietoso velo… e finirà col prendere polvere anche quello… :)
    Ma se lo intendiamo in senso “traslato”, credo sia la collocazione naturale dei pezzi della nostra vita, dei ricordi, delle sensazioni…
    Anche per questo credo che l’autobiografia – il racconto cronologico degli avvenimenti della vita – sia una forzatura, un imbrigliare la memoria che, di suo, agisce in modo diverso, “a ragnatela”, diciamo. E così ogni elemento – e la loro rete – resta non cristallizzata, mummificata, ma viva.

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  4. E allora perché non raccontare “a ragnatela”, l’ordine cronologico non è indispensabile. A chi serve questo lavoro? A te, a filtrare la tua vita, a ritrovarti e a ridisegnarti, forse. L’ordine non può essere dato esclusivamente dal tempo.
    Duccio Demetrio dice che l’autobiografia è “un viaggio formativo e non un chiudere i conti”. Chi ha passione per i viaggi e per le avventure umane ti seguirà comunque, qualunque criterio di narrazione tu segua.
    Ma non capisco se questa tua autobiografia esiste già o è un progetto…

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    • Io? Autobiografia? A volte dire mai è proprio dire mai :-)
      Ho partecipato al progetto di un mio amico musicista (“Note al margine”) che inevitabilmente ha avuto un aspetto (auto)biografico. Quando mi/ci tocca presentarlo, il mio cervello si mette a girare attorno a questo tema.
      Di conoscere quel che scrive Duccio Demetrio, ho sentito l’esigenza non appena era uscito il suo primo libro. Che è rimasto intonso a lungo sul “comodino”, per trasferirsi – tale a quale – sugli scaffali. Penso che sarebbe il momento, che dici? :-)
      L’autobiografia non è “chiudere i conti”, ma con i conti ha a che fare a partire dalla stessa parola rac/conto.

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  5. Dico che le parole sai scorticarle bene. :-)
    Credo che il libro di Demetrio possa continuare a stare dov’è, non è di quelli che ti cambiano la vita.
    Invece una tua autobiografia ritengo che potrebbe risultare molto interessante, non per quello (o non solo) che potresti raccontare, ma per come sapresti dirlo.

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  6. E’ bello sapere che qualcuno abbia una tale fiducia nel mio scorticamento… voglio dire uso delle parole. Dico sul serio.
    Se proprio hai tempo da buttare, ci sono alcuni pezzi “ricoverati” qui dai blog estinti, sotto la voce “di noi”.

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