[privata cittadina]

Hai firmato la petizione contro il femminicidio? No? No??!!
Non mi dice “sei complice” ma il senso è quello.

A margine di questa faccenda penso a come si è rovesciato tutto. A cosa sono, ora, per me, pubblico e privato. Tra petali di rose spalanco le gambe all’universo mondo, qui, mentre resta privato quel che di questo mondo penso. O forse sono privata io di pensieri congrui, dicibili, priva senz’altro di interesse io per prima di sapere “cosa ne penso”. E con la sicumera dei pazzi guardo fuori da questa finestra, dissociati sarete voi

Non è che serva molto, poi, pensare. Cioè, elaborare. Si sceglie il campo – si sceglie l’avversario? – e si aderisce. Si firma, si condivide, like this.

Abbiamo fatto la punturina placebo al malato terminale. La petizione – a: Società civile, Parlamento, Consiglio dei Ministri – per chiedere cosa? La fine di una cultura millenaria andata in cancrena in questi decenni di televendita dei corpi.

“Un paese che consente la morte delle donne è un paese che si allontana dall’Europa e dalla civiltà.”

“Un paese che consente la morte delle donne”? Un paese? Consente?

Io non credo di avere null’altro, non più null’altro, che le parole. Ho solo parole, in corpo, nemmeno pensieri. E allora le voglio significanti. Pulite, nitide, pesanti. Soprattutto di fronte alla morte.

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9 pensieri su “[privata cittadina]

  1. Le parole servono a straparlare, a parlare a vuoto, a testimoniare, a resistere.
    E’ meglio firmare petizioni superflue, o conviene continuare a sotto-mettersi al velo, reale o simbolico, dei luoghi comuni diventate verità presso i giusti e gli ingiusti, gli acculturati e i grossolani?
    Certo un uomo è il meno adatto a discutere della questione femminile, che esiste, ci piaccia o no.
    Basta tenersi bassi, ai dati di fatto semplici. Una donna che fa carriera in televisione è una velina, una poco di buono. Un uomo che fa carriera in televisione, anche passando per i letti di qualche funzionario/funionaria, è un uomo realizzato. Un uomo che ha molte donne è un dongiovanni (non Don Giovanni, bada bene); una donna che ha molti uomini è una puttana.
    Vogliamo tacere e andare avanti?
    :-)

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    • 1) La petizione non c’entra niente con la “questione femminile” (ma cos’è la “questione femminile”??), anzi, riguarda proprio la “questione maschile”. La questione “maschio bastardo” (con rispetto parlando per gli animali cosiddetti bastardi).
      2) Se ne può dedurre che a parlarne i più titolati dovrebbero essere i maschi.
      3) Fare una cosa non inutile ma, direi, inefficace e fuorviante dal punto di vista comunicativo è sbagliato anche se si tratta di una petizione per raddrizzare una cavedagna in mezzo ai campi. Qui si tratta dell’uccisione di persone, nello specifico di donne.
      4) Se da quello che ho scritto si può leggere la mia preferenza per il “tacere e andare avanti”, vuol dire che non so scrivere.

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  2. O magari non sai (o non vuoi) leggere quello che ti si scrive?
    Ho chiuso il mio commento dicendo: “Vogliamo tacere e andare avanti?”. Ho parlato al plurale, mettendomici in mezzo, quindi non ti ho attribuito preferenze.
    Riguardo poi al femminicidio, lo puoi chiamare come vuoi tu: questione maschile, questione femminile, maschi bastardi, etc.etc.
    Da qualunque angolazione lo si definisca il concetto resta sempre quello, no?
    Il rapporto storico di dominazione dell’uomo sulla donna, benedetto da quasi tutte le cosidette religioni, costante nei secoli dei secoli.
    Quanto alle cose inutili e inefficaci, in democrazia, anche quella imperfetta come questa, se ne possono fare tante: petizioni, referendum, articoli, denunce, forum, dibattiti, marce più o meno forzate, sit in, proteste sui tetti e sulle torri, scioperi della fame e della sete, raccolte di fondi, etc.etc.
    Sono inutili? Forse sì, forse no, ma si possono fare. Prova a farle in Siria, in Iran, o in un paese come il Cile di Pinochet o l’Argentina dei desaparecidos.
    Concludendo, io qui sono ospite e accetto anche la tua malcelata aggressività.
    I blog, se sono pubblici, servono per conoscersi e per comunicare. Qualcuno che non sono io li usa come do ut des (vieni a commentarmi se vuoi che ti commenti) tanto per vantarsi con se stesso dei commenti che riceve.
    Io però leggo quello che mi incuriosisce e mi piace, senza chiedere corrispettivi, come sa chi mi conosce.
    Se poi non sono gradito, qui, basta che tu me lo dica.
    :-)

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  3. E’ meglio firmare petizioni inutili o sottomettersi al sempiterno dominio maschile? Un po’ alla Massimo Catalano, direi.
    Forse è meglio proporre petizioni formulate con la massima efficacia possibile. Che abbiano un destinatario e un obiettivo ben definiti, che usino le parole con accortezza. Potranno risultare, poi, “inutili” nel senso di non raggiungimento dello scopo, ma questo è un altro discorso. Se abbiamo la libertà di fare e di dire, non dovremmo mai sciuparla. E, non di meno, non dovremmo sciupare le parole.

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  4. Molto più seplicemente, credo che le parole sciupate siano quelle non dette, perché il non detto non informa, non induce a partecipazione, non fa riflettere e scegliere. Gli scopi raggiunti, d’altro canto, non sono mai del tutto sicuramente conquistati; dop un po’ bisogna ripigliare le parole e le azioni per riaverli. Basta pensare ai fascismi vari, che ogni tanto ricicciano, qua e là.

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  5. Carissima Marosit, ho letto così tanto dolore nelle tue parole che, una volta tanto, un po’ vigliaccamente, quasi ho pensato di glissare, ma sono talmente grandi l’affetto e la stima per la tua generosità di dire che mi è sembrato uno sgarbo anche solo l’averlo pensato.
    Non so cosa o chi possa ‘difendere’ la donna. Non so neppure cosa possa difendere la società, che sta così velocemente attorcigliando su se stessa, in un’onda di corruzione, le premesse, le condizioni di sviluppo che pure ha creato attraverso la realtà di democrazie imperfette, ma comunque tali.
    Credo che uno dei pochi antidoti possibili sia tenere alto il livello della coscienza: continuare a ragionare, continuare a pensare, a dubitare, a riflettere e a mettere in circolo le riflessioni, soprattutto quelle che nascono da un privato da non intendere come privazione, ma come esercizio di uno spazio ad alta densità personale. Tenere alta la dignità dell’essere umano.
    Come fai tu, perché le tue parole, le tue immagini sono sempre pensieri per i pensieri.
    Sarà che nella mia vita, già dai tempi della distinzione fra peto e quaero, sono stata dalla parte del ‘chiedere per sapere’… Ma da allora non ho mai smesso di interrogarmi, per capire, anche se non trovo le risposte. Questa è la mia piccolissima non delega all’esserci, la mia non rinuncia.
    Abbraccio.
    z.

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  6. Cara Zena, da quando qualcuno ha scritto che la mia è una prosa (questa sì, parola assai generosa… :-) che “ascolta le parole perché le ama e le rispetta”, “le cerca e le pulisce”, come si suol dire: la mia vita non è stata più la stessa.
    Forse non è stata la prima volta che qualcuno mi abbia “compresa” (parola assai impegnativa pure questa), ma sicuramente la prima volta che qualcuno abbia donato a me, alle mie (nostre) parole il tempo necessario per la gestazione di parole corrispondenti.
    La non comprensione da parte di altri – uno, due, mille… – può creare disagio e altro, ma è la possibile, presunta comprensione a creare una pesante responsabilità, a farti calare ogni parola come se fosse la carta che rovescia la vita tua o di qualcun altro.
    Quella che tu chiami ‘generosità’, mia figlia per esempio può percepirla come impudenza. E sobbalza all’impatto con qualche parola e istintivamente cerca un sostituto meno urticante. Ma sa, dio mio se lo sa, che di fughe e di sotterfugi si muore peggio che di paura sotto il sole battente.
    Tu dici corruzione, io aggiungo sciatteria. Approssimazione. Il collante più usato, oggi, come se si fosse persa pure la speranza di tenere insieme singolarità nitidamente distinte con la “forza maggiore” di una potente utopia. O, diciamo, orizzonte, come avevano ricordato qualche sera fa, in televisione, le parole di Eduardo Galeano in Finestra sull’utopia.
    Grazie Zena di “esserci”.

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    • Perdonami la “chiusura”, la poca socievolezza.
      Tra i disegni c’è uno davvero particolare, considerando che si tratta di bambini che non l’hanno vissuto “di persona”.
      Mostra una crepa che divide la terra, per così dire, divide le persone e le case, le une dalle altre.
      Poi dicono “son bambini”…

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