[avere un mondo]

«“Avere un mondo” infatti è qualcosa di più del semplice “essere al mondo”. Tutte le cose sono al mondo, ma il corpo è al mondo come colui che ha un mondo; come colui per il quale il mondo non è solo il luogo che lo ospita, ma anche e soprattutto il termine in cui si proietta. Al limite possiamo dire di essere al mondo solo perché siamo impegnati in un mondo. Il giorno in cui questo impegno cessa, in cui cessa la nostra presa sul mondo, il corpo non si riconosce più, non si sente più vivo e perciò si congeda dalla terra. Questo congedo è preparato da un progressivo disinteresse per il mondo, da una caduta di significati, da una progressiva cecità che non consente più di vedere un senso nelle cose che pur si vedono. Ci sono dei ciechi che non perdono il loro contatto con il mondo, altri che lo perdono prima di diventar ciechi; questo perché il contatto vitale del nostro corpo col mondo non coincide con quello sensoriale. Il nostro corpo è qualcosa di più delle possibilità che gli concedono i suoi sensi, la sua vita può essere al di sopra o al di sotto di queste possibilità, perché a decidere il suo grado di vitalità non sono i sensi, ma il suo interesse per il mondo.» (Umberto Galimberti, Il corpo)

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