[della mancanza di molte cose]

«Sono preciso come un gatto nei miei rituali. Perché dobbiamo opporci allo spreco, alla deformità del mondo, alla massa di gente che vortica e scalpita. Si deve far scorrere il tagliacarte tra le pagine del romanzo con precisione, e legare bene i pacchetti delle lettere con un bel nastro di seta verde, e spazzare via la cenere dal camino.
Bisogna fare di tutto per respingere l’orrore dell’informe. Leggiamo dunque scrittori di romana severità e virtù, cerchiamo anche tra la sabbia del deserto la perfezione. Sì, ma a me la virtù e la severità dei nobili romani piacciono alla luce grigia dei tuoi occhi, con l’erba che fruscia e le brezze estive e le risa e le grida dei ragazzi che giocano – i ragazzi nudi che si innaffiano con la pompa dell’acqua sul ponte della nave.
Non sono come Louis un cercatore disinteressato della perfezione anche nel deserto. Le pagine si macchiano di colori diversi, le nuvole ci passano sopra. Per me la poesia è la tua voce che parla. Tu sei Alcibiade, Aiace, Ettore e Percival.
A loro piaceva viaggiare, hanno rischiato la vita a capriccio, e non erano neppure grandi lettori. Ma tu non sei Aiace, né Percival. Loro non arricciavano il naso, né si grattavano la testa con quel tuo gesto preciso. Tu sei tu. Questo mi consola della mancanza di molte cose…»
V. Woolf, Le onde

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