[étude]

Supponenza. Ho trovato la parola giusta. La supponenza con la quale metto le mani addosso alle parole altrui.
Lo faccio per lavoro, lo faccio in “compartecipazione”. Lo faccio di nascosto, nascosta dentro di me, quasi sempre, leggendo.
Metto le mani fra le parole altrui, per fare ordine, per pulire, togliere, tagliare. Aggiungere mai; all’occorrenza riattaccare pezzi, come aggiustare una tazza sbreccata. Con la presunzione del meglio. Con la consapevolezza, quasi sempre, del secondo me. Che non è come la Parola “secondo Matteo”.

[Parlando di narcisimo narrativo, diceva Carofiglio, citando Simenon: “Quando rileggete, correggete, individuate le cose che vi piacciono di più e tagliatele senza pietà.” Ma parlava della rilettura di un proprio testo. Ricordandomi la potatura di certi alberi che vanno liberati da rami con fogliame d’un verde bello e vivace ma i quali non daranno mai frutti e non butteranno gemme per rametti laterali. Tagliare i rami, dunque, dove l’occhio e il cuore indugia non potendo andare oltre. I rami terminali.]Metto le mani fra le parole e dentro i testi altrui da tempo, nell’incertezza delle mie parole, nella mancanza di un mio testo, non so; forse per un consolatorio immaginario con/testo, o nella speranza del taglio perfetto, senza cicatrici e lacrime di linfa sul bordo.Stanotte ho fatto di più o soltanto altro. Lo portavo dentro da anni, fortuite circostanze l’hanno fatto emergere. Che l’autore mi possa perdonare.

A’ mmare

«giocare a esser vivi e seduti
sulla sponda di un cuore sommerso»

Sono nato nato vicino al mare. La primavera mi ricorda un leggero odore di salsedine che in estate si mischiava a quello degli abbronzanti. Mi ricorda l’andare a scuola senza cappotto, la merenda delle cinque con pane, zucchero e cacao, il pettine bagnato con cui mia nonna “mi sistemava” dopo le scorribande del dopopranzo. Scorribande per modo di dire, cinquanta metri di marciapiede tra la pescheria e il carrozziere, sempre col mare ad un passo, il sottofondo continuo della risacca che sballottava tra voglie e timori, la spiaggia ciottolosa zona vietata per noi bambini almeno fino a maggio.
Ho imparato a nuotare un po’ più tardi rispetto agli altri bambini della mia età.
Non mi andava di partecipare ai corsi organizzati per i più piccoli al Circolo Nautico, non mi fidavo tanto delle mie capacità di galleggiamento, non sopportavo le “calate”, quando gli zii mi affondavano contro la mia volontà per costringermi a prendere confidenza con l’acqua.
Scendere in spiaggia per me significava trovare i compagni di giochi e di “pesca subacquea”, di spedizioni esplorative lungo l’arenile, di lotte e schieramenti, di spade di legno e palloni sgonfi, di zattere troppo pesanti e canotti troppo leggeri, di fiocina e di lenza…
Ho imparato dopo, da solo, gradualmente, prima con pinne e braccioli, poi senza braccioli, poi senza pinne, ma lo stesso non riuscivo ad andare a’ mmare senza uno scopo o un motivo preciso, solo per il gusto di andarci. Nel frattempo, come per compensare una mancanza, guardavo gli altri mentre lo facevano, immagazzinavo dati e riferimenti. Li studiavo, per poter poi ripetere nel modo migliore ciò che vedevo. Ogni movimento era già elaborato e codificato, era mio.
È stato così anche quando ho preso la patente ed è stato quasi così anche con la prima bicicletta. Ma la bicicletta è un passaggio cruciale, erano inevitabili le ginocchia e le nocche sbucciate sui muri della strada di casa.
Ho imparato a nuotare un po’ più tardi e nel frattempo imparavo a tenere sott’acqua i miei sentimenti e affanni, il fiatone e i lucciconi, i rossori e la rabbia. Non che ci riuscissi sempre, ma quella era la strada che percorrevo, con discreti sforzi e non pochi successi. Ma poi avrei imparato che qualunque tecnica o allenamento mentale per tenere a bada il cuore è destinato ad esaurirsi, a logorarsi, a perdere di efficacia.
In un modo o nell’altro, ho imparato però a nuotare.
Dove sono nato, basse colline s’alzano subito alle spalle della baia. Per questo perdo spesso l’orientamento in luoghi piani e aperti all’infinito, mi porto addosso l’abitudine allo sguardo sì aperto davanti a me, ma con le spalle protette da pareti-colline-abbracci.
Ciò che mi spingeva al mare da piccolo è svanito lentamente, il contorno di giochi e avventura e scoperta. Rimane da scendere in spiaggia per il solo gusto di farlo. Non più da osservare, da studiare per imparare, rimane il mare.
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