[del calco]

Quando va bene, viene definita (con o senza forse) la più famosa serenata, il più delle volte la più famosa canzone popolare sarda. Popolare sì, basta capirsi sul significato attribuito, nel contesto, al termine.
È una canzone nota, amata da un vasto pubblico. Presenta (apparentamente) una caratteristica dei brani della tradizione orale/popolare: la non-autorialità (nel senso di non riconducibilità della composizione ad un autore); infatti, tra i mille che la cantano-canticchiano quanti conoscono i suoi autori Salvatore “Badore” Sini (testo) e Giuseppe Rachel (musica)? (Gilgamesh pubblica il testo completo, le note sugli autori non mancano, in rete.)
Non potho reposare – alias A Diosa – è stata riproposta da Andrea Parodi / Tazenda un buon decennio dopo la fine del periodo conosciuto come quello del folk revival (“discograficamente” nel 1988). Bellissima (maestosa?) interpretazione e arrangiamento che è – in tracce – tributo alla musica tradizionale sarda. Tributo, appunto. Attualizzazione, anche. Senza, perché non esisteva più, quel contesto socio-politico e terreno ideale/ideologico del folk rerival dove il “folklore” veniva ricondotto – o tenuto – nel suo alveo naturale, la cultura delle classi subalterne.
Ma il punto, ora, è un altro.
Ascoltando la versione di Maria Carta (forse proprio per la non-conoscenza della lingua sarda?) un verso attira con forza l’attenzione: “…a immagines chi si format’in beru”. È in quel verso che s’annida l’attualità dell’interpretazione di Maria Carta, del suo stare nella cultura tradizionale, e non per la “modernità” di un’espressione in una strofa aggiunta ad un testo “tradizionale”.
È una versione, la sua, dove la “canzone popolare”, la sua grammatica poetico-musicale, torna ad essere – o si riconferma – produttiva, fertile. Viva.
Sto cercando di ragionare attorno alla diversità di funzione delle riproposizioni “filologicamente pure”, quelle “politicamente corrette” e quelle “a calco”. Il calco – ovvero la grammatica, conservata o interiorizzata – mi serve per dire d’altro; per dire di altri generi “tradizionali”, per dire dell’ombra del campanile e delle straordinarie storie magiche di Gianni Cossu. Un’altra volta, però.
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Un pensiero su “[del calco]

  1. Non potho reposare amore ‘e coro
    pensende a tie so d’onzi momentu
    no istes in tristura prenda ‘ e oro
    ne in dispiaghere o pensamentu.
    T’assiguro ch’a tie solu bramo
    ca t’amo forte t’amo, t’amo e t’amo.

    Si m’essere possibile de anghelu
    s’ispiritu invisibile piccavo
    sas formas e furavo dae chelu
    su sole e sos isteddos e formavo
    unu mundu bellissimu pro tene
    pro poder dispensare cada bene.

    *
    Ojos tristos ch’in delirios e ammentos
    che umbras mi lassades su manzanu
    preguntende a d’ogni coro amadu
    a immagines chi si format’in beru
    s’idu han in su mundu tantu amore
    ca amare tantu es si, tantu dolore.

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