Nel dettaglio

“Le tue foto di dettagli decontestualizzati…” – disse.
Posto che ogni fotografia è det/taglio, s/confinamento, priv/azione, tuttavia resta la domanda: l’immagine è testo nello stesso modo come è testo una poesia, un articolo di giornale, una poesia…?
La frase estrapolata è decontestualizzata rispetto al discorso.
Il dettaglio in focus non è, piuttosto, un universo a sé, diversamente da una frase fuori focus?

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Un pensiero su “Nel dettaglio

  1. Roland Barthes ne La camera chiara (1980) contrappone lo studium e il punctum come due aspetti del “particolare interesse” che egli prova per certe fotografie (tr. it., p. 27; o dei “giudiziosi interessi che dest[ano] in lui certe fotografie”, p. 41), come due atteggiamenti con cui egli in quanto Spectator risponde all’immagine propostagli dall’Operator. Egli, in altre parole, sta considerando la fotografia come un “segno di ricezione”, per usare i termini che userà qualche anno dopo Jean-Marie Schaeffer (L’immagine precaria, 1987). Ora, mentre lo studium è “una sorta d’interesse generale, talora commosso, ma la cui emozione passa attraverso il relais raziocinante di una cultura morale e politica” (p. 27), il punctum è un “particolare” (p. 43) che “viene a infrangere (o a scandire) lo studium” perché “questa volta non sono io che vado in cerca di lui (dato che investo della mia superiore coscienza il campo dello studium), ma è lui che, partendo dalla scena, come una freccia, mi trafigge” (p. 28). La contrapposizione a me non sembra fra un elemento oggettivo e uno soggettivo, ma fra due livelli dell’immagine fotografica, entrambi riguardanti la soggettività dello Spectator ricevente. Lo studium coinvolge la sua “superiore coscienza”, il punctum lo “trafigge”: “partendo dalla scena”, è vero, ma non in quanto il punctum sia oggettivo in contrapposizione alla soggettività dello studium, bensì in quanto esso, a partire “dalla scena”, va ad attivare nello Spectator qualcosa di cui egli non è del tutto cosciente. Un qualcosa di cui è stato ancora meno cosciente l’Operator: infatti “dal mio punto di vista di Spectator, il particolare viene fornito per caso e senza scopo; il quadro non è affatto ‘composto’ secondo una logica creativa” (p. 43); se certi particolari “non mi pungono, è senza dubbio perché il fotografo li ha messi lì intenzionalmente. […] Il particolare che mi interessa non è, o per lo meno non è rigorosamente, intenzionale, e probabilmente bisogna che non lo sia; esso si trova nel campo della cosa fotografata come un supplemento che è al tempo stesso inevitabile, non voluto; esso non attesta obbligatoriamente l’arte del fotografo; dice solamente che il fotografo era là” (p. 49).  

    Roberto Signorini su Fotografia&Informazione

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