Ombre

«Lacan sottolinea che la reazione di esultanza del bambino davanti alla propria immagine riflessa stabilisce la sua identità per la prima volta, piuttosto che confermare un qualche cosa di già esistente. Nel registrare la propria immagine il bambino diviene identico a se stesso. Ma da che cosa è costituita questa immagine riflessa? Somiglia al bambino? La prima esperienza di identità del bambino è quindi qualcosa di coerente, una certezza assoluta? Nella sua risposta, Lacan si differenzia dalla psicologia evolutiva, che parte dal presupposto di un nucleo immutabile nel bambino e situa i conflitti nella socializzazione. «L’immagine è diversa, eterogenea rispetto al bambino», non soltanto a causa della simmetria invertita, ma soprattutto perché gli attributi decisivi dell’immagine (unità, fissità, permanenza) vengono vissuti dal bambino come assenti dal proprio corpo. L’immagine sembra fittizia all’Io, illusoria, alienante, in quanto porta all’identificazione con qualcosa di estraneo.
Lo stesso processo si ripete più volte nella vita dell’adulto. Inizialmente diventiamo estranei ai nostri stessi occhi attraverso la percezione di noi stessi, che avvenga nell’immagine riflessa o, come più spesso nel caso del bambino, nell’immagine di un’altra persona vista inconsciamente come riflessione di sé. Sperimentiamo noi stessi come inadeguati. «Io è un altro», dice Lacan, e così Io rimarrà per sempre un altro. L’immagine non è la rappresentazione di una realtà che abbiamo modo di conoscere per vie diverse. Ciò che l’immagine illustra è soltanto in quanto è così rappresentato. Siamo una riflessione senza fine. Ora, qual è il sentimento centrale e originale, che si adatta a questo riflesso infinito? Il desiderio! Noi desideriamo l’altro che siamo. Lacan parla di désir de l’autre», desiderio dell’altro. La parola francese désir significa contemporaneamente ‘bramosia, desiderio e struggimento’. La nostra identità si basa principalmente sul desiderio dell’altro che siamo, non nel compromesso tra predisposizione ereditaria e società. Noi stessi siamo questo stato di tensione che implica l’altro. Tutta la conoscenza di noi stessi e del mondo viene mediata da questa tensione verso l’altro al quale siamo identici.
Penso che, sulla base del concetto di ‘stadio dell’immagine riflessa’ di Lacan, possiamo comprendere in modo nuovo ciò che Jung chiama ‘Ombra’. Per Lacan, l’altro non è dentro di noi come qualcosa di sconosciuto all’interno di qualcosa che è conosciuto; non è un aspetto oscuro della personalità accanto a quello chiaro che conosciamo. Diventiamo consapevoli dell’Ombra, del Doppio, in quello struggimento per noi stessi che non può mai essere appagato. È sempre altro, e noi siamo altro. Da questa prospettiva, non c’è quindi quella «integrazione dell’Ombra’ che Jung considerava un obiettivo della maturazione umana. Poiché non abbiamo in noi alcun punto di riferimento fisso, l’«integrazione dell’Ombra», l’«assunzione di una personalità interiore oscura» e, in generale, il progresso psicologico sono, da un punto di vista radicale, un’illusione. Il fondamentale desiderio dell’altro rimane, anche quando abbiamo reso cosciente e ‘integrato’ nella vita gran parte di ciò che prima era inconscio. Esso arde non meno intensamente di quando, ancora ‘principianti’, eravamo meno ‘progrediti’. L’opposto di questo struggimento è l’alienazione (Albert Camus), l’estraneità: l’imperscrutabile sensazione di non essere ‘amati’. Ci sentiamo sicuri e amati nella misura in cui ci riconosciamo nell’altro, ma se l’altro ci sconcerta, ci sentiamo estranei e non amati. La ferita che nasce dal non sentirsi amati è particolarmente dolorosa quando ci proiettiamo in una nuova fase esistenziale, quando dobbiamo sforzarci di riconoscere di nuovo l’altro che siamo perché la sua estraneità ci addolora.»
Peter Schellenbaum, La ferita dei non amati
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