E-mozioni

«Per anni, si è pensato che “se tutti andassero in analisi avremmo edifici migliori, gente migliore, migliore consapevolezza”. Ma le cose non stanno così. […]
Oggi in psicoterapia va di moda il “bambino interiore”. In questo consiste la terapia – si torna indietro fino all’infanzia. Ma se si guarda indietro, non si guarda intorno. Questo viaggio all’indietro costella quello che Jung chiamava l’ “archetipo del fanciullo”. Ora, l’archetipo del fanciullo è per sua natura apolitico e privo di potere, non ha nulla a che fare con il mondo politico. E così l’adulto dice: “Bene, riguardo al mondo cosa posso farci? È una cosa più grande di me”. Ecco cosa dice l’archetipo del fanciullo. “Tutto quello che posso fare è entrare in me stesso, lavorare alla mia crescita, al mio sviluppo […]”. Ma questo è un disastro per il nostro mondo politico, per la nostra democrazia. La democrazia dipende da cittadini estremamente attivi, non da bambini. […] La parola crescere è una parola che va bene per i bambini… Se dopo una certa età si comincia a crescere, si tratta di cancro.
[…] Sono indignato e sconvolto dopo aver guidato sulla superstrada per andare dal mio analista. Quei dannati camion quasi mi buttavano fuori strada. Sono terrorizzato, sono nella mia utilitaria e arrivo dal mio analista che tremo ancora. Lui mi dice: “Dobbiamo parlarne”. Così cominciamo a parlarne, e scopriamo che mio padre era un figlio di puttana, un bruto, e che tutta questa faccenda del camion mi ricorda lui. Oppure scopriamo che mi sono sempre sentito fragile e vulnerabile, e che c’erano sempre ragazzi più grossi, col cazzo più grosso, e quindi questa macchina dove sto io è un tipico esempio della mia pelle sottile, della mia fragilità e della mia vulnerabilità. Oppure parliamo del mio istinto di potenza, del fatto che in realtà avrei voluto essere un camionista. Trasformiamo la mia paura in ansia – uno stato interiore. Trasformiamo il mio presente in passato, in una discussione su mio padre, la mia infanzia. E trasformiamo la mia indignazione – nei confronti dell’inquinamento, del caos o di qualunque cosa mi susciti indignazione – in rabbia e ostilità. Ancora una volta, una condizione interna; mentre era partita come indignazione, un’emozione quindi. Le emozioni sono essenzialmente sociali. Il termine emozione deriva dal latino ex-movere, muovere da. Le emozioni mettono in contatto con il mondo. La terapia introverte le emozioni; chiama “ansia” la paura. E tu la ritiri indietro e ci lavori dentro di te. Non lavori psicologicamente su ciò che quella indignazione ti sta dicendo riguardo alle buche nella strada, ai camion, alle fragole della Florida, nel Vermont a marzo; o sull’esaurirsi del petrolio, sulla politica energetica, le scorie nucleari, o quella povera vagabonda laggiù con i piedi tutti piagati. […]
Scriva questo punto in corsivo, in modo che non sfugga a nessuno: questo non vuol dire negare che uno abbia bisogno di andare all’interno – ma dobbiamo vedere cosa si fa quando si va all’interno. […]
Non è necessario liberarsi di quel desiderio di essere amati, ma è necessario smettere di pretendere che sia nostro padre ad appagarlo: nostro padre è l’oggetto sbagliato. E allo stesso modo non dobbiamo eliminare il sentimento di subire violenza – probabilmente quel sentimento di subire violenza, quel sentimento di impotenza, è molto importante. Forse però dovremmo immaginare che ciò che ci fa violenza non è tanto il passato quanto l’attuale situazione del “mio lavoro”, della “mia finanza”, del “mio governo” – di tutte le cose con le quali viviamo. Ecco che allora lo studio dell’analista diventa una cellula rivoluzionaria, perché ci si interroga anche su “ciò che, proprio adesso, mi sta facendo violenza”. Sarebbe una grande avventura per la terapia parlare in questo modo.»
(James Hillman, Michele Ventura, 100 anni di psicoterapia e il mondo va sempre peggio)

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