Pura superficie

«Suppongo che all’inizio dei tempi, prima di aver inventato il linguaggio, che è, come sappiamo, il supremo creatore d’incertezze, non ci tormentava nessun dubbio su chi fossimo e sulla nostra relazione personale e collettiva con il luogo in cui ci trovavamo. Il mondo, ovviamente, poteva solo essere quello che i nostri occhi vedevano in ogni momento, e anche, come informazione complementare non meno importante, tutto quello che i restanti sensi – l’udito, il tatto, l’olfatto, il gusto – di esso riuscivano a percepire. In origine il mondo era pura apparenza e pura superficie. […] In quelle lontanissime epoche non si sfiorava nemmeno l’idea che la materia fosse “porosa”. Oggi, però, nonostante la consapevolezza che dall’ultimo dei virus all’universo intero, non siamo altre che organizzazione di atomi e che dentro di loro, oltre alla loro stessa massa, avanza ancora spazio per il vuoto (il compatto assoluto non esiste, tutto è penetrabile), continuiamo, così come avevano fatto i nostri antenati delle caverne, a imparare, identificare e conoscere il mondo attraverso l’apparenza con cui si presenta a noi.»
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