Di belle speranze

Signorina, era; ma a quei tempi ventiquattro nubili anni suonavano con lo zufolo sarcastico di zitella. Il lavoro era tanto, le braccia dell’unica figlia, orfana di padre, dovevano valere per i mancanti fratelli maschi. Ma c’erano poi le serate, il canto – un usignolo, era – e il violino sotto quel mento faceva da specchio a favolose brame.
Lui non era proprio un giovanotto, se non era al fronte – contro i russi? contro i tedeschi? – e giornalista si definiva e le sue lusinghe avevano tutti gli sconosciuti sapori della grande città. Lì doveva andare lei, a cantare, a incantare, a vivere d’incanto…
Il maiale, i polli, i cavalli del carro pronto per il mercato, e poi gli operai… sfamati tutti, cominciava la giornata. Quante volte l’alba l’abbia vista al lavoro, non si sa, prima di quel giorno che se ne partì, per la città – vado dagli zii – e chi sa se il giornalista l’attendeva davvero, e l’Opera e le sirene del successo.
Si sa soltanto del ritorno, sotto i bombardamenti, del carro che partì da casa, per lei, perché i treni non viaggiavano più.
Cento chilometri di andata e di ritorno, sul crinale della Storia, sul sentiero della fiaba dal finale segnato alla partenza.
(Majarìe, 18 febbraio 2009)
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