Tempo ordinatore

[…]

Ho passato le ultime settimane a riguardare, selezionare, ritagliare, “ottimizzare”… poi (in tanti casi) scartare le fotografie scattate con la macchinetta digitale che mi è stata regalata nell’aprile 2005. Quelle “private”; le altre migliaia degli eventi pubblici hanno già fatto la loro “storia”.
Ora basta.
Ne ho “incollate” più di duecento in un “album“, in ordine cronologico, e a lavoro terminato mi sto ancora domandando che senso abbia (avuto) questo frenetico rovistare, come sospinta da un senso di urgenza, di necessità.
Che senso ha affidarsi al (presunto) potere ordinatore del tempo. Un’immagine presa come una maglia della catena, sostenuta da quelle che la prendono (che prende) a braccetto.
Che senso ha affidare soggetti oggetti e predicati di un “racconto” a colori e forme non meno falsate (falsanti) di quanto possano fare – di “vero” e di “falso” – le parole.
Scriviamo riscriviamo la nostra storia in parole e talvolta in immagini: ma cosa sono, le parole, se non immagini con/solidate in pietre levigate poi dall’acqua o dal vento, nel corso del tempo.
«Scriviamo e riscriviamo – talvolta fino all’ossessione? – la “nostra storia” fino a che non troviamo la forma/formula pacificatrice, né ingannevole né auto/lesiva. Alla ricerca del senso, compiuto.»
Riguardo le fotografie di questi ultimi anni e osservo come mi sono “appassionata” alle immagini dai treni in corsa. Al “trucco” di far sembrare ferme le immagini – o meglio: le cose – in movimento. O meglio ancora: far sembrare un punto fermo il punto di osservazione in movimento. È un gioco con le distanze. È un gioco che postula l’esistenza di una distanza giusta, di un’angolazione adatta, per poter vedere fermo ciò che la realtà ci offre inevitabilmente mosso.
Osservo come mi sono “appassionata” alle immagini riflesse, al “doppio gioco” della fotografia, al rovistare nel “doppio fondo” dove il cuore nasconde dell’immagine il verso sottratto alla vista.
(Incontri di OraSesta, 2 febbraio 2008)
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2 pensieri su “Tempo ordinatore

  1. […], però quando di tanta abbondanza di sguardo niente
    ci è rimasto, (la fotografia) riporta in salvo un fotogramma e
    da quello ricostruiamo l’intero luogo e tempo, per gemmazione d’immaginazione, per rifioritura del ricordo. Dall’angolo stretto vediamo ricomporsi il resto del paesaggio, dall’attimo di luce rinasce l’intero giorno, fotografia allora è seme istantaneo. Però il fotografo non è il seminatore, anzi il raccoglitore. Fotografia è seme di per sé, già pronto e sparso.(Erri De Luca)

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