[scrivere]

Scrivere. Scrivere in una lingua straniera. Che non è più straniera dall’istante in cui ci si sta a proprio agio con i propri pensieri. È come avere fissa dimora in un confortevole albergo.
Si sta a proprio agio finché e perché si ha l’impressione che la vera casa abbia un aggettivo tanto speciale da non reggere la trasposizione.
Scrivere in una lingua straniera è scrivere con quella parte di sé che è costruzione consapevole e non dato di nascita. Io narrante sorvegliato speciale: parole e pensieri si controllano a vicenda attraverso le grate della madre lingua. Madre, appunto. Non chiesta, non scelta, contestata e irrinunciabile, costrittiva e indulgente, della quale siamo tutti figli unici.
Scrivere per fotografare, per fantasticare. Scrivere di sé non per ricordare. Scrivere per non ricordare. Perché informi ombre del non c’è più e del non c’è ancora non ci perseguitino: catturarle in storie e metafore. Non sono più loro a guardarci da dentro.
Qualche volta decidiamo di schierare di fronte a noi le nostre creature: raccolta di ninnoli da spolverare. Li guardiamo dalla distanza dell’oggi, li guardiamo con l’onnipotenza del creatore: “questo lo butto”.
Poi rimettiamo i ninnoli nella loro vetrina, a garanzia di non ricordali per un po’. Quello buttato si tramuterà in un’ombra informe, per perseguitarci fino a quando non gli avremo dato una nuova vita.

(1998)

(Incontri di OraSesta, 19 ottobre 2007)

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