Le pagine della nostra vita

C’è chi se la prende con le autobiografie, definite “dilaganti” nelle librerie come nella “rete”. A me viene spesso in mente la frase di quella poesia che ho citato poco tempo fa [Petőfi Sándor, I poeti del secolo XIX] – “monumento” della poesia di epoca romantica – che avverte: «Se non hai altro che cantare / il tuo dolore, la tua gioia / il mondo non ha bisogno di te / metti dunque da parte il sacro legno», cioè la cetra, strumento-simbolo della poesia o, se vogliamo, della scrittura.
Se questa frase poteva avere la sua sociale valenza in mezzo ai moti liberatori dell’Ottocento, forse in generale è lecito giudicarla riduttiva.
Mi è capitato di essere attratta e trattenuta – non dall’inizio, purtroppo – da un film: Le pagine della nostra vita. A una donna aggredita dal morbo di Alzheimer un uomo sta leggendo, giorno dopo giorno, un diario. Per riportarla nel suo passato – ovvero nel presente reale – è la medicina più potente. (In fondo, si dice di una persona “è presente” non quando muove le gambe o deglutisce ma quando ricorda.)
Quando per pochi minuti riacquista la coscienza di sé – un “sé” costruito attraverso quel “presente passato” che oggi patologicamente non riaffiora –, la donna riconosce nel racconto la propria vita insieme all’uomo amato che glielo sta leggendo. Per scomparire poi di nuovo, come il sole dietro le nuvole.
La propria vita, la storia della propria vita, dunque, come “erba guaritrice”. Ma questo poi ricorda il pensiero di James Hillman: prima di guarire noi (gli altri), dobbiamo guarire le nostre (la loro) storie.
“Guarire le storie.” In queste ci percepiamo, e in immagini. Chi non lascerà dietro di sé opere “storiche” non si consola ma si ritrova in quella visione hillmaniana della “vocazione” «in cui l’opus è la vita stessa».
Scriviamo e riscriviamo – talvolta fino all’ossessione? – la “nostra storia” fino a che non troviamo la forma/formula pacificatrice, né ingannevole né auto/lesiva.
Alla ricerca del senso, compiuto.
(Incontri di OraSesta, 29 giugno 2007)
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