La mia terra

Dovrei scrivere di molte cose.
Dell’impressione che ho avuto attraversando per la seconda volta – dopo più di vent’anni, però – in treno quel lembo di pianura ungherese tra i fiumi Duna e Tisza che nei secoli è stata strappata alla palude “primordiale”, che è stata tra i simboli della capacità dell’uomo e della società di trasformare la terra e metterla “a frutto”.
Dovrei scrivere di come la natura si stia un po’ riconquistando quella terra perché la corsa al profitto ha trovato “campi” con meno fatica soggiogabili.
Dovrei scrivere di una “nuova democrazia” che ha posto come assoluta priorità la (ri)privatizzazione delle terre. Un “libro bianco” sarebbe, o giallo o nero. O meglio: rosso, rosso fuoco.
Dovrei scrivere di quei due che ho visto nella striscia di sabbia tra i cespugli del loro vigneto lavorare con aratri trainati da cavalli.
Dovrei scrivere del boschetto dopo le ultime case del mio paese, lungo la ferrovia che porta a Budapest da una parte e a Belgrado, dall’altra. Un bosco che è tutto quello che rimane della vegetazione di palude che una volta ricopriva la zona. “Macchia ricordo” non solo per definizione botanica. È anche il lembo verde meta dei miei vagabondaggi in bicicletta – e, proseguendo nella macchia, a piedi – in cerca di chi sa cosa. Di cerbiatti, anche. (Ho ancora una caviglia malgiusta a memoria di un salto d’un rigagnolo con atterraggio sopra un ramo caduco nascosto nell’erba.) Ora è zona protetta, parte di un Parco Nazionale. I terreni immediatamente circostanti sono stati dati “in risarcimento” a privati ai quali nei decenni del dopoguerra è stata a vario titolo “statalizzata” la terra. Tra questi mia madre. A lei è toccata una quarantesima (indivisa) parte di 6.486,8 metri quadri di prato con boscaglia.
Sono erede unica di questa terra.
Non recintabile, non sfruttabile.
Zona protetta, zona “memoria” di una terra che fu.
Mi chiedeva un signore che ho incontrato nella sua strisciolina di vigna e di sabbia: «Come si sente da “proprietaria di terra”?»
Non so come dirlo bene. Ho risposto: “mi sento parte di una collettività”.
Come se la mia “proprietà” avesse “recintato” me e non un pezzo di suolo del mio paese.
Non proprietaria, sono affidataria di uno scorcio di memoria.
(Incontri di OraSesta, 26 aprile 2007)
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