Se fossi…


Mio padre non ha mai voluto confessare che avrebbe desiderato un figlio. Cioè un maschio. “Per me non fa alcuna differenza” – diceva.
Già. Tanto aveva una figlia che gli metteva a posto i chiodi e il martello, che tagliava la legna e aggiustava il tetto, vagava nei campi con la bicicletta da uomo, a capo di una banda di “ragazzi della via Pál” in versione campagnola; una figlia che, se da bambina vinceva un concorso di recitazione, riceveva in premio non l’orsacchiottone ma il set del piccolo falegname.
Le canzoni che avevo scritto attorno ai 17-18 anni non le ricordo più. I testi erano di poeti contemporanei; facevamo qualche spettacolo per i bambini, nelle scuole.
Saprei cantare una soltanto, anche svegliata nel cuore della notte.

«Nel fuoco sarei tizzone di legno
nell’acqua sarei cuscino di muschio
nel vento sarei un fusto di pioppo
in terra sarei di mio padre il figlio.»

Tűzben fa parazsa volnék
Vízben puha moha volnék
Szélben jegenyefa volnék,
Földön apám fia volnék.

(da Weöres Sándor, Bóbita)

(Incontri di OraSesta, 22 aprile 2007)

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